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Un anno fa moriva Francesco, il Papa amato più fuori che dentro la Chiesa

Ha provato a cambiare, come sta facendo il cardinale Repole a Torino

Un anno fa moriva Francesco, il Papa amato più fuori che dentro la Chiesa

Un anno fa moriva papa Francesco. Il suo “regno” è durato 12 anni. È stato uno dei pontefici più amati da chi è fuori dalla Chiesa, pur occupandosi prevalentemente di vicende interne alla Santa SedeUn Papa riformatore, forse per questo piaceva alla gente. Infatti, quando si pensa a Santa Romana Chiesa, la percezione che se ne ha è di un’istituzione dogmatica, lenta, pachidermica, lontana dalle persone. Non è che con Francesco le cose siano cambiate, ma gli va riconosciuto il merito di averci provato, lasciando a papa Leone un’eredità che oggi gli consente di guardare all’esterno delle mure leonine. Dunque, Francesco ci ha provato, come ci sta provando l’arcivescovo di Torino Roberto Repole. Il cardinale ha compreso che il modello organizzativo della diocesi (così come quello di tutte le diocesi) non è al passo con i tempi. Non solo perché sia vecchio (anche se non è questo il principale dei problemi), ma perché non ci sono più vocazioni come un tempo e ad ogni chiesa, non può più corrispondere un parroco (meno che mai un vice parroco). Repole sta organizzando un sistema diverso, affidando ai laici alcune funzioni e responsabilità che un tempo erano esclusiva dei preti.

Questo in sintesi, e per semplificare un tema particolarmente complesso. Ma la riforma “repoliana”, potrebbe diventare un esperimento pilota, specie se il nostro arcivescovo, come si sussurra, sostituirà il cardinale Zuppi al vertice della Conferenza episcopale italiana. Un’iniziativa, quella del cardinale, che non è stata accolta da applausi unanimi. Infatti, c’è un tal Eusebio Episcopo (verosimilmente è uno pseudonimo) che dalle colonne dello Spiffero, il giornale web di Bruno Babando, non perde occasione per polemizzare con Repole per le scelte pastorali che adotta. Episcopo sembra dar voce alla componente più tradizionalista dei preti torinesi (ma anche di quelli della diocesi di Ivrea, guidata dal vescovo Daniele Salera), anche se nell’ultimo articolo lo stesso Eusebio sembra offrire maggior credito all’arcivescovo di Torino: «Per una volta, dobbiamo dirlo - scrive l’ignoto esperto di cose di Chiesa - abbiamo sentito risuonare parole sul prete visto non come leader di una comunità complessa». I tradizionalisti avranno le loro ragioni per sostenere ciò che sostengono, come Repole ha le sue per tentare di risollevare i destini dell'archidiocesi. Insomma, qualcosa bisogna pur fare e il cardinale lo sta facendo, partendo dalla realtà delle cose. Anni fa, la parrocchia di Vialfré, un paese di poche centinaia di anime della diocesi di Ivrea, era retta da un vecchio sacerdote, don Mario Borgialli, molto amato dai suoi fedeli. Nel corso di una visita pastorale, l’allora vescovo eporediese Luigi Bettazzi, prima di accomiatarsi, confidò al prevosto: «Caro don Mario, tu sei più importante di me, perché quando io non ci sarò più, faranno sicuramente un altro vescovo di Ivrea. Ma quando non ci sarai più tu, non ci sarà più un parroco a Vialfré», e così, in effetti, è stato. Eppure anche il più piccolo e sperduto paesino, come l’ultima parrocchia della città, hanno il sacrosanto diritto di avere un pastore, quantomeno un punto di riferimento. Se la situazione fosse rosea, allora anche le divisioni tra tradizionalisti e progressisti farebbero colore, ma considerato il difficile stato delle cose, meglio sarebbe che ciascuno contribuisse a tirare la carretta in un’unica direzione. Se poi la strada non è quella giusta, allora si può sempre cambiare.

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