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La curiosità
30 Gennaio 2026 - 08:40
Ogni anno si ha la sensazione che gennaio sia un mese interminabile, una sorta di limbo temporale che sembra durare molto più dei suoi effettivi 31 giorni. Sebbene matematicamente non differisca da mesi come marzo o agosto, la percezione umana lo trasforma in un periodo infinito. Ma cosa dice la scienza a riguardo? La spiegazione risiede in un complesso intreccio tra neurobiologia, abitudini sociali e ritmi naturali.
Il fattore scatenante principale è il contrasto netto con il mese di dicembre. Durante le festività natalizie, siamo immersi in un flusso costante di eventi, incontri, regali e stimoli gratificanti. Questa frenesia stimola massicciamente la produzione di dopamina, il neurotrasmettitore legato alla motivazione e al piacere.
Sotto l'effetto di alti livelli di dopamina, la nostra percezione del tempo subisce un'accelerazione. Tuttavia, una volta superata la Befana, si rientra bruscamente nella routine lavorativa. I livelli di dopamina calano drasticamente e, di riflesso, la nostra percezione temporale rallenta.
Il ritorno al dovere dopo il divertimento agisce come un potente freno psicologico. Riprendere i ritmi lavorativi può generare uno stato di noia o di insoddisfazione che influisce direttamente su come contiamo i giorni. In psicologia, è noto che quando siamo concentrati su un compito ripetitivo o poco stimolante, prestiamo molta più attenzione allo scorrere del tempo.
Un altro elemento cruciale riguarda la nostra biologia del riposo. Le feste spesso portano a dormire meno, ad andare a letto più tardi e a consumare pasti fuori orario, sballando i ritmi.
Al rientro in ufficio, il corpo e la mente si ritrovano in uno stato di stanchezza cronica e debito di sonno. Quando l'organismo è affaticato, le facoltà cognitive sono meno reattive e ogni impegno appare più gravoso. Questa sensazione si traduce inevitabilmente in una sensazione di pesantezza temporale: le ore sembrano trascinarsi perché facciamo più fatica a portarle a termine.
Infine, esiste un fattore astronomico sottile ma decisivo: l'allungamento delle giornate. Dopo il solstizio d'inverno, la luce inizia a guadagnare terreno, ma lo fa in modo quasi impercettibile e graduale.
Si crea così una discrepanza tra la nostra percezione visiva e l'orario effettivo. Vedere ancora un barlume di luce quando il nostro corpo, abituato al buio precoce di dicembre, si aspetta la notte, genera una confusione sensoriale. Questo sfasamento tra luce e orologio contribuisce a farci percepire il tempo come dilatato, come se la giornata avesse dei minuti extra che non sappiamo bene come collocare.
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