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Chiacchiere o bugie? A Torino e in Piemonte il Carnevale parla più lingue

Stesso dolce, nomi diversi: ecco perché cambia da zona a zona

Chiacchiere o bugie? A Torino e in Piemonte il Carnevale parla più lingue

A Carnevale sulle tavole torinesi non arrivano le chiacchiere, ma le bugie. È così da sempre, e non è un errore. In Torino e in gran parte del Piemonte, il dolce simbolo del periodo ha un nome diverso rispetto al resto d’Italia, pur restando identico nella ricetta.

Il motivo è semplice: questo dolce è molto più antico dell’Italia unita. Si è diffuso quando ogni territorio aveva una propria lingua e una propria tradizione orale. La preparazione è rimasta la stessa, ma il nome si è adattato ai dialetti locali, cambiando da zona a zona.

In Piemonte il termine bugie richiama lo spirito del Carnevale, fatto di scherzi, rovesciamenti delle regole e licenze temporanee. Non a caso, in alcune aree della regione il nome varia ancora: gasse nell’Alessandrino, risòle nel Cuneese, gale o gali tra Vercelli e Novara. Una pluralità che racconta un territorio storicamente frammentato, ma ricco di identità.

Altrove, lo stesso dolce prende nomi diversi in base a ciò che colpisce di più: la leggerezza, la forma, la croccantezza o il gesto con cui si prepara l’impasto. È una differenza linguistica, non gastronomica.

Il risultato è un piccolo paradosso tutto italiano: lo stesso dolce, mille nomi, ognuno legato a una storia locale. A Torino e in Piemonte resta una certezza: a Carnevale, che si chiamino bugie o in altro modo, non possono mancare.

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