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Spettacolo

Il mondo festeggia i 73 anni di Massimo Troisi: anatomia di un genio

Viaggio nel pensiero di Troisi tra cinema e vita: perché a settant’anni dalla nascita il suo modo di parlare all'anima non ha ancora trovato eredi

Il mondo festeggia i 73 anni di Massimo Troisi: anatomia di un genio

Massimo Troisi non amava le definizioni. Quando lo chiamavano il "nuovo Pulcinella", lui rispondeva che Pulcinella era uno che si dava troppo da fare. Il suo era un elogio della lentezza, una rivoluzione fatta sottovoce, in un’epoca che già cominciava a correre troppo. È stato il primo a portare sullo schermo un uomo che non aveva paura di dire "non lo so", "sono stanco", "ho paura di amare".

Il suo non era un semplice dialetto napoletano, ma una lingua dell'anima. Troisi parlava troncando le parole perché, come diceva lui, spesso le cose da dire erano troppe e il tempo troppo poco. Quel suo gesticolare nervoso, quel grattarsi la testa e quegli sguardi persi nel vuoto erano la rappresentazione perfetta dell'uomo moderno: smarrito, ma con un'ironia tagliente capace di smontare ogni retorica.

La sua eredità non sta solo nelle battute, ma in una vera e propria visione del mondo. Ecco alcuni dei pilastri della sua filosofia quotidiana:

"Io non mi piaccio mai. Sono talmente autocritico, che non mi suicido per non lasciare un biglietto che mi sembrerebbe ridicolo"

"In Paradiso non so se ci si annoia, ma di sicuro si mangia meglio che a casa mia. Però io preferisco stare qua: anche se è faticoso, almeno conosco i vicini."

"Il cinema è come la vita, ma senza le parti noiose. Il problema è che io, pure nel cinema, mi dimentico le battute e allora la noia rientra dalla finestra."

"La sofferenza in amore è un vuoto a perdere: nessuno ci può guadagnare, tranne i cantautori che ci fanno le canzoni"

"Si è più registi prima di andare a dormire, quando si va in bagno, parlando con la propria moglie, piuttosto che sul set"

Nel suo ultimo film, Il Postino, Troisi ha smesso di essere il ragazzo simpatico di San Giorgio per diventare un simbolo universale. Mario Ruoppolo, il postino che impara le metafore da Neruda, è l'incarnazione della sua vita: un uomo semplice che scopre la bellezza del mondo attraverso le parole degli altri.

La frase che forse meglio riassume tutto il suo percorso è un inno alla dignità degli umili:

"Don Pablo, a me le parole mi servono. Perché se non le trovo, è come se non esistessi."

Massimo Troisi non è invecchiato perché il suo messaggio è universale. Parlava di amore, di dubbi religiosi, di precarietà lavorativa e di sogni infranti con la stessa naturalezza con cui si chiede un caffè. Oggi lo ricordiamo non con la tristezza di chi lo ha perso, ma con il sorriso di chi sa che, da qualche parte, sta ancora discutendo con un santo o con un angelo, spiegandogli che "ricominciare da zero è troppo faticoso, meglio fermarsi a tre".

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