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Quando la morte si ferma, perché alcuni corpi non si decompongono?

Analisi dei processi di disidratazione e inibizione batterica: il ruolo fondamentale dell'acqua e degli ambienti anaerobici nella genesi delle mummie

Quando la morte si ferma, perché alcuni corpi non si decompongono?

Siamo abituati ad associare il concetto di mummia esclusivamente alle elaborate pratiche dell'antico Egitto ma la scienza ci insegna che la mummificazione è un fenomeno che può verificarsi spontaneamente in natura. Questo processo avviene quando i tessuti di un corpo subiscono una sottrazione d'acqua talmente rapida da indurre l'essiccazione, bloccando di fatto la decomposizione batterica. Sebbene l'immaginario comune rimandi a deserti torridi, condizioni di freddo estremo, elevata salinità o ambienti marcatamente acidi possono ugualmente impedire la putrefazione, garantendo la conservazione dei resti per millenni.

L'elemento cardine della mummificazione è la perdita della componente idrica. L'acqua, infatti, è il motore della vita non solo per gli organismi complessi, ma anche per i batteri e gli enzimi responsabili della degradazione cellulare. Se un corpo perde i suoi liquidi in tempi brevi, i microrganismi decompositori non hanno più il sostentamento necessario per sopravvivere e i processi biochimici di degradazione si arrestano. Allo stesso modo, l'assenza d'acqua rende il corpo un ambiente inospitale per gli insetti necrofagi, impedendo la deposizione e la proliferazione delle larve.

Esiste una distinzione tra i processi artificiali e quelli naturali: negli studi sulle mummie egizie, trattate immediatamente dopo il decesso, non si rilevano tracce di attività microbica. Al contrario, nelle mummie naturali l'essiccazione può talvolta procedere parallelamente a una parziale putrefazione iniziale; la conservazione definitiva si stabilizza solo quando ogni forma di attività batterica cessa del tutto.

Gli ambienti desertici, caratterizzati da climi aridi e secchi, rappresentano lo scenario più intuitivo per una mummificazione rapida. Tuttavia, anche contesti urbani chiusi ma soggetti a forte ventilazione possono agire come camere di essiccazione, limitando al contempo l'accesso ai parassiti. In genere, affinché un corpo raggiunga uno stato di preservazione stabile nel tempo, sono necessari periodi che variano da alcune settimane a diversi mesi.

Curiosamente, anche fattori intrinseci al corpo possono agevolare il processo. Gli indumenti stretti fungono da barriera fisica contro l'ingresso degli insetti, la degradazione del grasso sottocutaneo, invece, può generare l'adipocera, una sostanza cerosa e biancastra che, una volta asciugata sulla pelle, le conferisce una tipica lucentezza traslucida.

La conservazione può avvenire anche per liofilizzazione naturale, ovvero attraverso il freddo intenso. Le cosiddette "mummie di ghiaccio" si generano per la disidratazione indotta dal contatto prolungato con il permafrost. L'esempio più celebre a livello mondiale è Ötzi, l'Uomo del Similaun rinvenuto nel 1991 e oggi custodito a Bolzano. In questo caso, il ghiaccio ha permesso di preservare non solo l'aspetto esteriore, ma anche muscoli, organi interni e tessuti connettivi in modo straordinario.

Un meccanismo simile di disidratazione rapida è innescato dal sale. Ambienti ad alta salinità, come laghi salati o miniere, estraggono l'acqua dai tessuti rendendo l'ambiente letale per i batteri. Sebbene siano stati trovati reperti di questo tipo in Austria, le mummie di sale meglio conservate provengono dalla miniera iraniana di Chenrābād.

Contrariamente alla logica che vede nella mancanza d'acqua il fattore chiave, esistono mummie perfettamente conservate in ambienti saturi di umidità: le torbiere del Nord Europa. I cosiddetti bog bodies (corpi di palude), come l'Uomo di Cashel trovato in Irlanda (risalente al 2000 a.C.), si sono preservati grazie a una specifica chimica ambientale.

In queste zone, la scarsità di ossigeno e le basse temperature si combinano con l'alta acidità e la presenza di tannini. Queste sostanze agiscono come agenti concianti (similmente a quanto avviene per la lavorazione del cuoio), trasformando la pelle in un tessuto scuro e coriaceo e virando il colore dei capelli verso il rosso acceso. Un ruolo fondamentale è giocato dallo sfagnano, una molecola rilasciata dal muschio delle paludi che sottrae nutrienti ai batteri ma, per contro, priva le ossa del calcio, rendendole demineralizzate e flessibili nonostante la perfetta conservazione della cute.


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