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06 Marzo 2026 - 11:29
Sono partiti dal 5 marzo 2026 i controlli dell’Agenzia delle Entrate sui Pos collegati ai registratori di cassa. L’obiettivo è verificare che gli incassi effettuati con pagamenti elettronici coincidano con quelli comunicati attraverso i corrispettivi telematici.
In presenza di possibili incongruenze, il Fisco può inviare ai contribuenti delle lettere di compliance: comunicazioni con cui commercianti e professionisti vengono invitati a spiegare eventuali differenze tra i dati trasmessi.
Le verifiche riguardano in particolare le attività in cui emerge uno scarto significativo tra i pagamenti registrati tramite Pos e gli importi indicati negli scontrini elettronici.
Questo tipo di controllo è possibile perché dal 2022 l’amministrazione finanziaria riceve dalle banche e dagli operatori dei pagamenti i dati sulle transazioni elettroniche effettuate negli esercizi commerciali. I sistemi informatici incrociano automaticamente queste informazioni con quelle trasmesse dai registratori telematici.
Se gli importi non coincidono, il sistema segnala l’anomalia. Una situazione frequente può verificarsi quando un pagamento con carta o bancomat viene registrato dal Pos ma non risulta lo scontrino elettronico.
Per evitare contestazioni, esercenti e professionisti possono controllare i dati direttamente sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Nella sezione “Fatture e corrispettivi” è disponibile l’elenco dei terminali Pos collegati all’attività e il totale delle operazioni registrate.
Le informazioni derivano dai flussi che gli istituti bancari e le società che gestiscono i terminali inviano periodicamente al Fisco. Spetta quindi all’operatore verificare che ogni dispositivo sia correttamente associato al registratore telematico utilizzato per trasmettere i corrispettivi.
Se emergono differenze tra i dati dei pagamenti e quelli degli scontrini, il contribuente può ricevere una comunicazione di compliance. Non si tratta di una sanzione immediata, ma di un invito a controllare la propria posizione e fornire chiarimenti.
Se invece le incongruenze non vengono verificate, l’attività può essere segnalata come irregolare e possono partire controlli più approfonditi.
Chi riceve la lettera può spiegare l’anomalia oppure regolarizzare la posizione tramite ravvedimento operoso. In questo modo è possibile sistemare eventuali errori prima che venga avviato un accertamento vero e proprio.
Ad esempio, se la discrepanza è dovuta a un problema tecnico del registratore telematico, l’esercente può dimostrare il guasto e chiudere la pratica senza ulteriori conseguenze. Se invece alcune operazioni non sono state registrate correttamente, è possibile mettersi in regola pagando quanto dovuto con sanzioni ridotte.
La normativa prevede multe diverse a seconda della violazione. Se il registratore telematico non è collegato al Pos, la sanzione può variare da 1.000 a 4.000 euro.
Quando una transazione elettronica non viene memorizzata o trasmessa, la multa è di 100 euro per ogni operazione, con un massimo di 1.000 euro per trimestre, a condizione che l’irregolarità non incida sulla corretta liquidazione dell’imposta.
Nei casi più gravi, quando la differenza tra pagamenti Pos e scontrini nasconde un mancato versamento dell’Iva, la sanzione può arrivare al 70% dell’imposta non pagata, con un minimo di 300 euro per ogni operazione.
Oltre alle multe, la legge prevede anche misure più severe. Se nell’arco di cinque anni vengono accertate quattro violazioni in giorni diversi, può scattare la sospensione della licenza o dell’autorizzazione a esercitare.
Lo stop può durare da 15 giorni fino a due mesi. Nei casi più gravi, quando i corrispettivi non documentati superano i 50 mila euro, la sospensione dell’attività può arrivare fino a sei mesi.
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