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Torino, la città ostaggio dei monopattini. E delle scelte sbagliate

La retorica dei mezzi “green” ha trasformato marciapiedi e portici in trappole quotidiane per anziani, fragili e famiglie

Monopattini abbandonati

Monopattini abbandonati in via Cernaia

C’è un’immagine che più di altre racconta lo stato delle nostre città, e Torino in particolare: un monopattino abbandonato di traverso sul marciapiede, come una sbarra improvvisata, e un’anziana che si ferma, spaesata, costretta a girare i tacchi e scendere in strada. Non è un fotogramma isolato. È la normalità. È la misura di quanto l’amministrazione comunale abbia deciso di sacrificare la sicurezza reale sull’altare di una retorica “green” che non regge all’urto dei fatti.

Perché i fatti sono questi: i monopattini sono diventati uno strumento di sopraffazione quotidiana, un segno visibile del disinteresse per la popolazione fragile, per chi si muove con difficoltà, per chi accompagna un bambino, per chi attraversa la città contando su qualche briciola di civiltà. I marciapiedi non sono più territorio dei pedoni: sono piste improvvisate dove mezzi leggeri ma velocissimi sfrecciano a pochi centimetri, spesso sotto i portici, con la stessa arroganza di chi si sente intoccabile. E spesso lo è.

Chi usa una carrozzina per spostarsi conosce bene l’umiliazione di trovarsi con un monopattino davanti alle ruote: non un ostacolo, ma un muro. Le mamme che spingono un passeggino conoscono il terrore di essere costrette a scendere sulla carreggiata, mettendo a rischio bambini e se stesse. Gli anziani, già incerti nell’equilibrio, devono guardarsi da ciò che arriva alle spalle, silenzioso e improvviso, come un proiettile. Non un caso isolato, ma un fenomeno ormai strutturale.

Eppure il Comune continua a ripetere la stessa litania: “Mobilità sostenibile”, “mezzi non inquinanti”, “alternativa all’auto privata”. Slogan ripetuti come un mantra, con la stessa ostinazione con cui si ignorano le evidenze. Perché sostenibile per chi? Certamente non per chi la città continua a viverla a piedi, e che oggi deve farlo in un clima di tensione permanente. Sostenibile non è. È semplicemente conveniente da raccontare.

La verità è che Torino ha scelto la via più facile: proclamare un impegno ecologista senza accompagnarlo con regole, controlli, responsabilità. E infatti la vigilanza è episodica, quasi simbolica. I numeri delle sanzioni fornite dal Comune sono imbarazzanti, così distanti dalla realtà osservabile che sembrano la caricatura di un sistema di controllo. Basta passeggiare mezz’ora in centro per vedere ciò che le statistiche comunali faticano a registrare: monopattini sui marciapiedi, in contromano, guidati in due, senza casco, a velocità che nulla hanno a che fare con la prudenza. Un far west elettrico sotto gli occhi di tutti. Questo lassismo ha conseguenze precise. Gli incidenti - talvolta gravi, talvolta mortali - aumentano. Non solo tra i pedoni, ma anche tra gli stessi utilizzatori dei monopattini, lasciati soli in una giungla urbana priva di regole reali. Una città che predica la mobilità dolce dovrebbe almeno preoccuparsi di chi quei mezzi li guida: ma il Comune, anche su questo, si limita a una moral suasion timida, inefficace, quasi rassegnata.

E mentre la politica si rifugia nelle formule, la città si adatta al peggio. La sosta selvaggia non viene sanzionata; i marciapiedi diventano parcheggi temporanei; le aziende che noleggiano questi mezzi non pagano nemmeno una tassa di occupazione di suolo pubblico proporzionata al caos che generano. Un privilegio mascherato da servizio. E poi c’è l’ombra della criminalità, che ha trovato nei monopattini un alleato perfetto per scippi, rapine e spaccio di droga: mezzi rapidi, difficili da intercettare, ideali per chi vuole colpire e sparire. Un’evoluzione prevedibile, e naturalmente ignorata.

Così, quello che doveva essere un simbolo di modernità si è trasformato in una bandiera dell’impunità. Un mezzo scelto da chi sa di poter violare le regole senza pagare alcun prezzo. Un dispositivo che la politica locale continua a difendere in nome di una nebulosa “transizione ecologica”, dimenticando che una città sostenibile è, prima di tutto, una città sicura.

Per questo ha senso - ed è giusto - che gruppi di cittadini, sostenuti anche da questo giornale, stiano raccogliendo firme per proporre iniziative, per chiedere semplicemente ciò che ogni amministrazione responsabile dovrebbe garantire: l’inibizione della circolazione dei monopattini elettrici o, almeno, una regolamentazione severa, concreta, non cosmetica. Un ritorno all’ordine in un settore lasciato colpevolmente allo sbando.

Torino non ha bisogno dell’ennesima moda travestita da progresso. Ha bisogno di restituire i marciapiedi a chi li percorre con fatica, a chi ha bisogno di spazio per vivere, non per scansare ostacoli. Ha bisogno di una politica che non confonda l’innovazione con il permissivismo. Ha bisogno, soprattutto, di ricordare che la città appartiene a chi la abita, non a chi la attraversa come una pista personale. Se non lo farà la politica, lo faranno i cittadini. E non sarebbe la prima volta che Torino ritrova dignità dal basso, non dall’alto.

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