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Economia & Industria

Dalle auto ai cannoni: la Germania riconverte l’industria e riscopre la Difesa (ci pensa anche l'Italia?)

SVI-Connect: 500 aziende già iscritte, molte senza esperienza militare. Automotive in crisi e filiere da rendere resilienti.

Dalle auto ai cannoni: la Germania riconverte l’industria e riscopre la Difesa

C’è un’immagine che racconta bene il momento tedesco: capannoni nati per stampare componenti d’auto che oggi guardano, con crescente interesse, a commesse per la Difesa. Non è solo una svolta industriale; è un cambio di mentalità, quasi un riposizionamento identitario. La spinta al riarmo e la crisi di alcuni settori chiave stanno accelerando una trasformazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata improbabile, se non politicamente indigesta. E invece, nel cuore manifatturiero d’Europa, la parola d’ordine è diventata “diversificare”. Anche quando significa entrare in un mercato nuovo, regolato da logiche diverse e da un peso etico che non si può liquidare con una riga di bilancio. E ci si chiede se quanto accade in Germania possa ripetersi in Italia, dove non poche sono le similitudini.


La piattaforma che fa da ponte tra fabbriche e contractor
Il segnale più concreto di questa corsa alla riconversione è SVI-Connect, piattaforma sostenuta dal governo federale per mettere in contatto fornitori industriali e grandi gruppi della Difesa come Rheinmetall. Secondo quanto riportato da Bloomberg - riferisce MilanoFinanza -,hanno già aderito circa 500 aziende. Un numero che, da solo, dice molto: non si tratta di qualche caso isolato, ma di un fenomeno che sta prendendo forma con una massa critica. SVI-Connect è stata lanciata a dicembre con un obiettivo preciso: ampliare e rendere più resiliente la catena di fornitura del comparto Difesa, offrendo ai contractor un bacino più ampio di componenti, materiali e competenze. La piattaforma, va chiarito, non sostituisce il mercato: svolge un ruolo di collegamento, mentre gli accordi commerciali restano demandati alle parti. È un dettaglio che conta, perché racconta un approccio “abilitante” dello Stato: non impone, ma crea le condizioni affinché domanda e offerta si incontrino più rapidamente.

Il dato che spiazza: fino al 90% non ha esperienza militare
Il numero più significativo, però, non è quello delle adesioni. È la composizione di chi si iscrive: fino al 90% delle imprese registrate non ha alcuna esperienza pregressa nella produzione militare. In altre parole, la Difesa non sta semplicemente “assorbendo” fornitori già specializzati; sta attirando aziende che arrivano da altri mondi produttivi e che vedono nel settore un business nuovo, con prospettive e — soprattutto — con una domanda percepita come più stabile. È qui che la metafora del ponte diventa utile: SVI-Connect non collega solo imprese e contractor, ma collega due epoche industriali. Da una parte, la Germania che ha costruito la propria potenza economica su export, automotive e meccanica di precisione; dall’altra, una Germania che si prepara a sostenere un ciclo di investimenti nella sicurezza, con filiere più lunghe, requisiti più stringenti e tempi di consegna che, in un contesto geopolitico teso, diventano un fattore strategico.

Piccole imprese, grandi cambiamenti
Quasi la metà delle aziende che hanno aderito a SVI-Connect ha meno di 100 dipendenti. È un elemento che merita attenzione: la riconversione non riguarda soltanto i colossi, ma una galassia di piccole e medie imprese che costituiscono l’ossatura industriale tedesca. E i settori di provenienza sono indicativi: lavorazione dei metalli, ingegneria meccanica, tecnologie Ict. Sono comparti che, per competenze e processi, possono effettivamente “traslare” verso la Difesa: la lavorazione dei metalli e la meccanica sono da sempre vicine alle produzioni ad alta precisione; l’Ict è ormai centrale in qualunque sistema moderno, civile o militare. Ma la domanda resta: quanto è semplice passare da un componente per auto a un componente per un sistema d’arma? La risposta, implicitamente, è che non lo è affatto. Servono certificazioni, controlli, standard di sicurezza, tracciabilità. E serve anche una cultura aziendale capace di reggere la complessità di un settore dove la qualità non è solo un vantaggio competitivo, ma un requisito non negoziabile.

L’ombra lunga della crisi dell'automotive
A spingere molte aziende verso la Difesa non c’è soltanto l’attrattiva di nuove commesse. Pesa, e molto, la crisi strutturale dell’automotive in Germania: calo della domanda, transizione elettrica complessa, pressioni sui margini. In questo contesto, è probabile che una quota rilevante delle imprese interessate provenga proprio dalla filiera auto, oggi in difficoltà, e veda nel comparto Difesa un’opportunità di diversificazione e stabilizzazione dei ricavi. Qui la questione si fa più ampia: la Difesa come “ammortizzatore industriale” di un settore simbolo in affanno.

È una lettura che non va banalizzata, soprattutto in Italia dove, sostituendo Volkswagen con Stellantis, l'equazione sembra possibile. E dove c'è la presenza di colossi della Difesa come Leonardo - che sta completando il closing per l'acquisizione di Iveco Defense dalla Exor degli Agnelli/Elkann - e di aziende specializzate ora per l'aerospace.

Da un lato, la diversificazione può salvare competenze, posti di lavoro, investimenti in macchinari e know-how che altrimenti rischierebbero di disperdersi. Dall’altro, c’è il rischio di una dipendenza crescente da un mercato che vive di cicli politici, priorità strategiche e decisioni pubbliche. In sostanza: la Difesa può essere un’ancora, ma anche una corrente che trascina. E poi c’è un interrogativo che resta sullo sfondo, inevitabile: cosa significa, per un Paese che ha fatto dell’industria civile un marchio globale, spostare una parte della propria capacità produttiva verso il militare? È una scelta di realismo, dettata dal contesto internazionale e dalla necessità di “fare in casa” ciò che non si può più dare per scontato. Ma è anche una trasformazione culturale, che richiede trasparenza, regole e un dibattito pubblico all’altezza.

Finanziamento fino al 2026 e possibile estensione europea
Il progetto è finanziato dal ministero dell’Economia tedesco per il 2026. Non è un dettaglio amministrativo: significa che Berlino considera questa infrastruttura di matching un tassello di politica industriale, non un esperimento temporaneo. E c’è di più: potrebbe presto essere esteso anche ai servizi logistici, con l’ipotesi di un allargamento futuro all’intera Unione europea. Se davvero SVI-Connect diventasse un modello continentale, la posta in gioco cambierebbe scala. Non si parlerebbe più soltanto di riconversione tedesca, ma di un possibile schema europeo per rendere più robuste le filiere della Difesa, riducendo colli di bottiglia e dipendenze esterne.

In un’Europa che discute da anni di autonomia strategica, una piattaforma del genere sarebbe un pezzo concreto di quella narrazione: meno slogan, più catene di fornitura. Resta però un punto fermo: la riconversione non è mai neutra. È come cambiare rotta a una nave in mare aperto: si può fare, ma serve tempo, serve coordinamento e serve sapere dove si vuole arrivare. 

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