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Economia & Industria
27 Gennaio 2026 - 13:10
C’è un’immagine che racconta bene il momento tedesco: capannoni nati per stampare componenti d’auto che oggi guardano, con crescente interesse, a commesse per la Difesa. Non è solo una svolta industriale; è un cambio di mentalità, quasi un riposizionamento identitario. La spinta al riarmo e la crisi di alcuni settori chiave stanno accelerando una trasformazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata improbabile, se non politicamente indigesta. E invece, nel cuore manifatturiero d’Europa, la parola d’ordine è diventata “diversificare”. Anche quando significa entrare in un mercato nuovo, regolato da logiche diverse e da un peso etico che non si può liquidare con una riga di bilancio. E ci si chiede se quanto accade in Germania possa ripetersi in Italia, dove non poche sono le similitudini.
È una lettura che non va banalizzata, soprattutto in Italia dove, sostituendo Volkswagen con Stellantis, l'equazione sembra possibile. E dove c'è la presenza di colossi della Difesa come Leonardo - che sta completando il closing per l'acquisizione di Iveco Defense dalla Exor degli Agnelli/Elkann - e di aziende specializzate ora per l'aerospace.
Da un lato, la diversificazione può salvare competenze, posti di lavoro, investimenti in macchinari e know-how che altrimenti rischierebbero di disperdersi. Dall’altro, c’è il rischio di una dipendenza crescente da un mercato che vive di cicli politici, priorità strategiche e decisioni pubbliche. In sostanza: la Difesa può essere un’ancora, ma anche una corrente che trascina. E poi c’è un interrogativo che resta sullo sfondo, inevitabile: cosa significa, per un Paese che ha fatto dell’industria civile un marchio globale, spostare una parte della propria capacità produttiva verso il militare? È una scelta di realismo, dettata dal contesto internazionale e dalla necessità di “fare in casa” ciò che non si può più dare per scontato. Ma è anche una trasformazione culturale, che richiede trasparenza, regole e un dibattito pubblico all’altezza.
Finanziamento fino al 2026 e possibile estensione europea
Il progetto è finanziato dal ministero dell’Economia tedesco per il 2026. Non è un dettaglio amministrativo: significa che Berlino considera questa infrastruttura di matching un tassello di politica industriale, non un esperimento temporaneo. E c’è di più: potrebbe presto essere esteso anche ai servizi logistici, con l’ipotesi di un allargamento futuro all’intera Unione europea. Se davvero SVI-Connect diventasse un modello continentale, la posta in gioco cambierebbe scala. Non si parlerebbe più soltanto di riconversione tedesca, ma di un possibile schema europeo per rendere più robuste le filiere della Difesa, riducendo colli di bottiglia e dipendenze esterne.
In un’Europa che discute da anni di autonomia strategica, una piattaforma del genere sarebbe un pezzo concreto di quella narrazione: meno slogan, più catene di fornitura. Resta però un punto fermo: la riconversione non è mai neutra. È come cambiare rotta a una nave in mare aperto: si può fare, ma serve tempo, serve coordinamento e serve sapere dove si vuole arrivare.
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