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Opinioni & Commenti
04 Febbraio 2026 - 06:30
Torino è una città che si presenta con la postura dell’ordine. Portici, simmetrie, prospettive. Ma sotto questa compostezza sabauda, da decenni, vive un’altra Torino: quella della sinistra che ha fatto dell’arroganza e del conflitto una categoria culturale permanente, non un incidente di percorso. È dentro questa lunga storia che si capisce come si sia potuti arrivare, senza vergogna, a discutere in sede comunale dell’idea di riconoscere Askatasuna come “bene comune”, quello stesso “centro sociale” protagonista negli ultimi due decenni di atti di violenza con strategie di attacco alle Forze dell'ordine, ed allo stato in definitiva , a Torino e nella Valle di Susa.
Non è un inciampo amministrativo. È l’esito coerente di un clima e di un raccordo del potere della sinistra sulla città e i suoi cittadini. Per capire come a Torino si sia arrivati al ricatto violento di Askatasuna alla cittadinanza occorre partire dal substrato storico culturale ed ambientale e le cause che hanno reso Torino il terreno fertile dove la sinistra, in tutte le sue articolazioni e con il suo potere sedimentato negli anni, ha la presa più forte.
Le violenze di sabato a Torino non sono, come vorrebbe la narrazione della sinistra e dei suoi altoparlanti nei media, un episodio di pochi provocatori infiltrati in un corteo di gente pacifica e pacifista. Questa narrazione si scontra ovviamente con la verità documentata da video, reportage, testimonianze dirette, danni provocati, feriti etc. etc., ma è funzionale al disegno della sinistra, con uno dei suoi terminali dentro il comune di Torino, per cui occorre far passare i raduni (perché di questo si tratta con arrivi da tutta Italia e dall'estero) come pacifiche e democratiche manifestazioni di bravi ragazzi, con gli scudi con la stella delle brigate rosse, con famiglie che li sostengono, svalutando la violenza programmatica di Askatasuna.
Alla fine degli anni settanta all'università di Torino a Scienze Politiche molti professori giravano con le infradito, per spregio dell'istituzione e per dimostrare il controllo quasi proprietario della facoltà, ed esisteva solo un conformismo imposto sull'ideologia comunista, a parte la posizione di pochi e ben individuati docenti con la schiena dritta. Molti professori delle facoltà umanistiche provenivano dagli istituti storici della resistenza, allora scorciatoia accademica vicina al Pci. I testi ovviamente erano in linea con l'ideologia propugnata senza possibilità di confronto delle idee nel più puro stile sovietico.
Uno dei testi che veniva imposto come materia di esame era "L'invenzione della delinquenza" di Giovanni Senzani: un delirante testo paracomunista. Chi era Giovanni Senzani? Era il macellaio delle Brigate Rosse che interrogò per settimane il fratello del pentito Fabrizio Peci e poi lo uccise o fece uccidere come un cane. Questo era il clima da cui dobbiamo partire.
Dal declino della cultura azionista al consolidamento e al monopolio di quella marxista comunista. Salvo alcune isole in facoltà come economia, legge e medicina, tutta l'università, alla faccia del confronto delle idee, era stata gramsciamente sussunta a visioni e formazioni marxiste e di sinistra. Palazzo Nuovo era la base ideologica e logistica per tenere le mani sulla città.
Il punto di mobilitazione per il condizionamento degli studenti medi e, attraverso di loro, le scuole, l’associazionismo, la città. Quell’impostazione ha formato classi dirigenti, funzionari, insegnanti, amministratori. Ha creato un linguaggio comune, una griglia interpretativa che ancora oggi filtra il modo in cui Torino legge se stessa.
Un altro attore ha contribuito a modellare il senso comune cittadino: il quotidiano torinese della famiglia Agnelli. Per decenni ha rappresentato una voce culturale influente, pronta a valorizzare categorie e linguaggi della sinistra, mentre l’azienda di riferimento incarnava il capitalismo industriale italiano. Un equilibrio tutto torinese: l’industria produce, il giornale interpreta e genera consenso alle politiche industriali della Fiat. È stato ed è un punto di forza della sinistra, dal dopoguerra ad oggi.
Gli Agnelli hanno sempre lasciato amplissimo spazio alla sinistra sul loro giornale, anzi era una linea politica funzionale ai loro interessi: la Fiat produceva merci e il suo giornale copriva le politiche del padrone Agnelli, e in seguito del suo erede Elkann. Il quotidiano, ora che non deve più svolgere questo ruolo, è stato messo in vendita.
Il giornale torinese degli Agnelli ha svolto una funzione cruciale nella diffusione e imposizione delle tesi della sinistra, con il martellamento fino ai giorni nostri contro il governo di centrodestra e riducendo la linea politica e l'analisi ad una semplificazione manichea inaccettabile: a sinistra tutti buoni a destra tutti cattivi.
Questa opera di semina pluridecennale del giornale con il relativo martellamento, fino al rimbambimento, sulla resistenza e sui presunti valori “alti” della sinistra, insieme ad altri fattori, ha creato il brodo di cultura da dove deriva l'arroganza e la violenza della sinistra e delle sue organizzazioni, come Askatasuna, a Torino.
Intanto nel frattempo la sinistra ha in parte cambiato pelle; le fabbriche hanno chiuso e non ci sono più gli operai che in qualche modo potevano legittimare talune posizioni.
Oggi la sinistra che abbiamo visto sfilare per Askatasuna, si basa su un diverso blocco sociale: è figlia di una borghesia che si è formata all'ombra della Mole: non una borghesia produttiva ovviamente ma una borghesia di nominati. I componenti di questo nuovo ceto, che per certi aspetti è una sottoclasse della borghesia, abitano dimore nei quartieri Centro, Crocetta, Gran Madre ed Oltrepò, dove si addensa il voto della sinistra che possiede belle case e redditi sicuri da pensioni e stipendi dal pubblico.
È gente che non ha mai dovuto confrontarsi con la concorrenza o con la chiusura di una fabbrica: professori universitari, perlopiù in pensione (vedere i cosiddetti "garanti di Askatasuna"), nominati nelle aziende e istituzioni pubbliche, nelle fondazioni (perfino Chiamparino diventò banchiere con l'ingresso apicale nella fondazione S.Paolo), ex funzionari di Partito, ex sindacalisti con distacco a vita, ecc.
Tutti questi individui, dicevamo, formano la base sociale su cui fonda il suo potere a Torino la sinistra che coccola i centri sociali che, nel sistema Torino, sono uno dei supporti del suo potere.
L'altro supporto viene dai cosiddetti poteri forti della città, abbiamo visto l'Università ma la forza nell’Amministrazione comunale viene anche dal Politecnico, che ha espresso due sindaci e dove gli ex rettori possono aspirare alla presidenza di fondazioni bancarie.
Questo è il potere di nessun nemico a sinistra per il comune e la provincia di Torino, dove si pagano stipendi per consorzi inutili tra comuni e istituzioni obsolete, che servono ormai solo più a mantenere il consenso.
Come in Val di Susa dove la sinistra comunista dà il meglio di sé: una spompata posizione di retroguardia contro una infrastruttura, l' alta velocità ferroviaria, che serve a modernizzare il paese. Dove pochi sindaci di sinistra di paesi di qualche centinaio di abitanti tengono in scacco un'opera che la sinistra regressiva strumentalizza, per mezzo di Askatasuna, solo per mantenere, anche qui, il consenso.
In Val di Susa, questo ecosistema culturale trova un terreno ideale. Un’opera infrastrutturale di rilievo nazionale diventa il simbolo contro cui esercitare una mobilitazione permanente, con un intreccio continuo tra valle e città. Askatasuna, in questo contesto, non è un dettaglio: è uno snodo di relazioni, persone, linguaggi. È in questo contesto che i centri sociali non vengono percepiti, anche da taluni settori politicizzati della magistratura, come un’anomalia, ma come una componente essenziale del patrimonio di sostanza ideologica e attivistica della sinistra piddina e non. Una tessera del sistema. Askatasuna, in questo quadro, diventa un simbolo potente. Fatto passare come un luogo di attività sociali e culturali. Per molti un punto di riferimento di una galassia attivistica che negli anni ha espresso pratiche di scontro sistematico, soprattutto in relazione alla Val di Susa. Eppure continua a essere proposta, contro ogni evidenza, la solita stantia chiave di lettura di maggioranza di bravi ragazzi non violenti, perché consente di salvare la cornice: quella del conflitto come espressione legittima, quasi fisiologica nella società. Una schizofrenia politica dove rappresentanti della maggioranza che amministra il comune, e un assessore, hanno partecipato entusiasti al corteo del centro sociale, mentre il sindaco prende le distanze dalle violenze contro le forze dell’ordine. Il giochino delle parti dove tutto si tiene, dove tutte le tesi assolvono e si autoassolvono. Il risultato è una Torino divisa. Da una parte chi guarda alle vetrine distrutte, agli agenti feriti, ai cortei organizzati con simboli che evocano stagioni drammatiche, e non riesce a vedere in tutto questo nulla di “bene comune”. Dall’altra chi continua a leggere questi fenomeni attraverso categorie storiche e culturali che li rendono, se non accettabili, quantomeno digeribili. Askatasuna, più che un edificio, è lo specchio fedele di questa lunga storia torinese. Ma qualche segnale contro la rassegnazione inizia a vedersi: la chiusura di Palazzo Nuovo da parte della rettrice Prandi con l’esortazione agli studenti a non aver paura di manifestare il dissenso dalle posizioni degli estremisti e quello della Procuratrice Generale Musti con il suo appello a tutelare le vite umane e la sua lucida analisi sull’area grigia della borghesia che ha una “benevola tolleranza” nei confronti dei violenti.
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