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la scoperta

Sulle colline piemontesi c'è una misteriosa villa "delle botti", ma perché questo nome?

Tra leggende, proteste e una contessa fuori dal suo tempo: viaggio in una dimora abbandonata che custodisce ancora il profumo del vino

Sulle colline piemontesi c'è una misteriosa villa "delle botti", ma perché questo nome?

Adagiata tra le dolci colline piemontesi, nascosta alla vista ma impossibile da dimenticare, si erge quella che in molti chiamano ormai la villa delle cento botti. Un edificio imponente, segnato dal tempo ma ancora fiero, che racconta una storia di ambizione, ribellione e silenzio.

Le sue origini risalgono alla fine del Settecento, quando due fratelli decisero di costruire una cascina destinata alla produzione vinicola. Nonostante le dimensioni contenute, la tenuta divenne presto una realtà produttiva rilevante per l’epoca. A fine Ottocento, sopra l’antica cantina, venne edificata una villa elegante, pensata come residenza stagionale durante la vendemmia.

Fu però quasi un secolo dopo che queste mura divennero teatro di una vicenda destinata a lasciare il segno. Alla morte del padre, ultima erede del casato, la contessa proprietaria della villa prese in mano le redini dell’azienda. In un’epoca in cui alle donne era riservato un ruolo marginale, la nobildonna scelse di guidare personalmente la produzione, trasformandosi in una delle imprenditrici più brillanti della zona.

Sotto la sua gestione, i vini raggiunsero livelli di qualità tali da mettere in difficoltà i produttori concorrenti. La sua ascesa non fu accolta con favore: le tensioni non tardarono ad arrivare, tra ostacoli, pressioni e alcune delle prime proteste sindacali che interessarono la tenuta. Eppure la contessa resistette, mantenendo viva l’attività fino alla fine dei suoi giorni.

Oggi, come la sua proprietaria, anche la villa sembra opporsi al tempo, rifiutando di cedere del tutto all’abbandono.

Varcare la soglia della dimora significa entrare in un tempo sospeso. La luce filtra dalle finestre ormai ridotte a scheletri di legno, i pavimenti scricchiolano sotto il peso dei decenni, la polvere ricopre ogni superficie. Le stanze, spoglie e ferite, conservano però tracce evidenti della cura e dell’eleganza con cui furono concepite.

Il vero cuore della proprietà si trova al piano inferiore. La cantina, sorprendentemente intatta rispetto alla parte abitativa, si estende in una successione di ambienti che sembrano non avere fine. Corridoi e locali si intrecciano in una pianta complessa e disorientante. Ovunque, una presenza silenziosa e imponente: decine e decine di botti, allineate come sentinelle del passato.

Sono loro ad aver ispirato il nome con cui oggi è conosciuta la villa. Testimoni mute di un’epoca in cui il mosto riempiva l’aria e il lavoro nei campi scandiva le giornate. Tra queste mura una donna sfidò convenzioni e avversità, scrivendo una pagina indelebile della storia locale.

Oggi resta il silenzio. Ma tra le botti, nei corridoi della cantina e nelle stanze illuminate da una luce autunnale, sembra ancora di percepire l’eco di quella determinazione. La villa delle cento botti non è soltanto un edificio abbandonato: è un frammento di memoria che resiste, sospeso tra leggenda e realtà.

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