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Curiosità

100 giorni alla Maturità, ecco perché la tradizione nasce a Torino

La tradizione del “Mach pì 100” affonda le radici nell’800 e sarebbe legata a un’esclamazione pronunciata da un allievo dell’Accademia Militare di Torino

100 giorni alla Maturità, ecco perché la tradizione nasce a Torino

Mancano cento giorni all’Esame di Stato e, come ogni anno, per migliaia di studenti è scattato il conto alla rovescia. Un traguardo simbolico, fatto di riti scaramantici, feste e tradizioni locali, che si ripetono in tutta Italia.

C’è chi a Pisa compie cento giri intorno alla Torre, chi si affida alla benedizione delle penne al Santuario di San Gabriele a Teramo, nella speranza di un aiuto “dall’alto”. Ma secondo una leggenda, l’origine di questa usanza non sarebbe né universitaria né religiosa. Sarebbe, invece, torinese e militare.

La leggenda del “Mach pì”

La tradizione dei 100 giorni sarebbe nata all’interno della Accademia Militare di Torino, nel cuore del centro città.

Tutto risalirebbe al 1839-1840, quando un decreto regio stabilì che i corsi per ottenere la nomina a sottotenente avrebbero avuto una durata fissa di tre anni. Alla notizia, un allievo – Emanuele Balbo Bertone di Sambuy – avrebbe esclamato in piemontese: “Mach pì tre ani!”, cioè “Solo più tre anni!”.

Da quell’espressione, diventata popolare tra i cadetti, sarebbe nato un vero e proprio conto alla rovescia. Con il tempo, gli anni si sarebbero trasformati simbolicamente in giorni: “mach pì cent”, fino ad arrivare ai 100 giorni prima della fine del percorso di studi.

Dalle scuole militari alle aule dei maturandi

L’usanza si diffuse inizialmente nelle scuole militari italiane, per poi estendersi progressivamente agli istituti civili. Oggi è un appuntamento fisso per i maturandi, che lo celebrano con modalità diverse a seconda della città: gite, pranzi di classe, riti propiziatori e piccoli gesti scaramantici.

Nelle accademie resta centrale il cosiddetto “Passaggio della Stecca”, lo scambio simbolico tra il capocorso degli allievi più anziani e quello dei nuovi arrivati. La stecca, un tempo utilizzata per lucidare i bottoni dell’uniforme senza macchiarla, rappresenta il passaggio di responsabilità e tradizione.

Così, quello che oggi è diventato un momento di festa per gli studenti all’ultimo anno potrebbe avere radici lontane, tra le colonne dell’Accademia torinese. Una leggenda, certo. Ma con un fascino che resiste nel tempo, proprio come il conto alla rovescia che ogni marzo torna a scandire l’attesa verso l’esame finale.

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