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Il progetto
23 Marzo 2026 - 17:50
Al Castello del Valentino di Torino si chiude un capitolo che punta a essere l'inizio di un nuovo modo di pensare che vira verso lo sviluppo e l'innovazione. Dopo oltre tre anni di attività, il progetto Nodes - Nord Ovest Digitale e Sostenibile traccia il bilancio di un ecosistema che ha messo in rete università con imprese e territori, con l’obiettivo di trasformare la ricerca in risultati concreti. Finanziato dal Ministero dell'Università e della Ricerca nell’ambito del Pnrr - Next Generation Eu, il programma ha potuto contare su oltre 112 milioni di euro, coinvolgendo 33 partner tra atenei e centri di ricerca. Il cuore del progetto è stato proprio quello di creare connessioni stabili tra mondo accademico e sistema produttivo, accelerando il trasferimento tecnologico e sostenendo la nascita di nuove imprese.
Le attività si sono concentrate principalmente in Piemonte, Valle d’Aosta e nella parte occidentale della Lombardia, ma con uno sguardo nazionale, grazie a circa 15 milioni destinati alla collaborazione con il Sud Italia. Il lavoro si è sviluppato in sette ambiti strategici, dall’aerospazio alla mobilità sostenibile, dalle tecnologie green al turismo, fino alla salute e all’agroindustria.
I risultati raccontano che circa l'80% delle aziende coinvolte riconosce il ruolo positivo delle università nei processi di innovazione, mentre il 92% ha sviluppato nuovi prodotti o servizi. Sono nate 10 startup e spin-off, con altre in fase di avvio, e molti progetti di ricerca hanno fatto un salto verso il mercato, avanzando nel livello di maturità tecnologica. A sottolineare il valore dell’iniziativa è Chiara Ferroni, direttrice generale dell'ecosistema dell'innovazione Nodes: «Nodes ha dimostrato che un ecosistema dell’innovazione può funzionare davvero quando le università assumono un ruolo centrale, non solo nella produzione di conoscenza ma nella costruzione di connessioni tra ricerca, imprese e territori. Il risultato più importante non è solo nei numeri, ma nei legami costruiti». Sulla stessa linea Cristina Prandi, rettrice dell'università degli studi di Torino: «Abbiamo trasformato la conoscenza in innovazione sostenibile, mettendo insieme università, imprese e istituzioni. È stata anche una trasformazione interna: oggi sappiamo accompagnare meglio la ricerca verso il mercato».
A spiegare cosa ha reso davvero diverso Nodes è il presidente dell’Hub, Stefano Corgnati, che insiste soprattutto su un punto: l’impatto sulle imprese, soprattutto le più piccole. «Questi programmi hanno mobilitato risorse straordinarie e uniche, ma la cosa più importante è che siamo riusciti a coinvolgere tante piccole e microaziende che non erano abituate ai bandi competitivi». Il progetto ha funzionato come un vero ecosistema: prima la definizione delle grandi aree tematiche, poi gli incontri tra imprese e università, infine la nascita dei progetti. «Sono stati fatti veri e propri momenti di incontro, per conoscersi e capire insieme cosa sviluppare», spiega. «Da lì sono nati i progetti, con un contributo condiviso tra pubblico e privato».
Il risultato, per Corgnati, è soprattutto culturale: «Abbiamo fatto fare palestra alle imprese. È questo il risultato fondamentale: averle avvicinate all’innovazione e ai bandi, creando le basi per il futuro». Tra gli esempi più concreti cita la digitalizzazione industriale: «Abbiamo lavorato sul retrofit digitale, cioè migliorare i macchinari esistenti con sensori e dati, senza doverli sostituire. È una soluzione molto adatta al nostro tessuto produttivo». Ma anche i territori hanno avuto un ruolo importante: «Sulla montagna abbiamo sviluppato progetti per digitalizzare il turismo e valorizzare il patrimonio culturale. Ci sono applicazioni che permettono di scoprire luoghi che altrimenti resterebbero invisibili». E ancora: «Abbiamo lavorato anche sul monitoraggio del territorio con dati satellitari, dalla sicurezza idrica alla gestione degli ecosistemi».
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