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“Luce non nasce oggi”: Umberto Palermo racconta la sua storia sul caso Ferrari

Il designer piemontese ripercorre la nascita del progetto, chiarisce la sua posizione e riflette sul futuro dell’elettrico

“Luce non nasce oggi”: Umberto Palermo racconta la sua storia sul caso Ferrari

Il designer Umberto Palermo insieme al suo prototipo "Luce"

Negli ultimi giorni il nome Luce è finito al centro del dibattito nel mondo dell’automotive, legato al nuovo modello totalmente elettrico annunciato da Ferrari. Ma dietro quella parola c’è una storia che parte da lontano e che intreccia visione progettuale e dimensione personale. A rivendicarla è Umberto Palermo, designer e fondatore di Mole Urbana, realtà indipendente nata in Piemonte e attiva nello sviluppo di soluzioni innovative per la mobilità elettrica. Dieci anni fa presentò un prototipo chiamato proprio “Luce”, una sportiva elettrica ad alte prestazioni che, pur rimanendo un concept, anticipava filosofia e posizionamento della futura Ferrari a batteria.

Negli ultimi giorni si è parlato molto del nome “Luce” e della sua associazione a Ferrari: come ha vissuto questa situazione, dal punto di vista professionale e personale?

"L'ho vissuta con una forte partecipazione, sia sul piano professionale sia su quello personale. Da una parte c'è la soddisfazione di vedere che oggi si parla di un nome e di un progetto che porto con me da anni; dall'altra c'è anche il bisogno di ricordare che Luce non nasce oggi, e soprattutto non nasce per caso. Per me Luce è un progetto che parte da lontano, dal 2016, ed è legato a una visione precisa dell’automobile elettrica, ma anche a qualcosa di molto intimo, perché quel nome è dedicato a mia figlia, nata proprio in quell’anno. Dentro quel nome c’è quindi una parte del mio lavoro, ma anche una parte della mia vita. Per questo ho sentito il dovere di intervenire. Non per alimentare una polemica, ma per affermare con chiarezza che esiste un percorso anteriore, concreto, pubblico e costruito nel tempo. Dietro Luce non c’è un’idea occasionale: c’è un pezzo importante del mio cammino come designer, imprenditore e costruttore".

Senza entrare nei dettagli riservati, a che punto è oggi la questione legata al marchio e quali sono le sue aspettative rispetto a un eventuale sviluppo legale?

"Mi auguro sinceramente che questa vicenda non debba arrivare a uno sviluppo legale. Continuo a pensare che ci siano ancora le condizioni per una soluzione basata sul rispetto, sul dialogo e sul buon senso, che per me restano valori fondamentali, soprattutto quando si parla di persone e realtà che appartengono alla storia dell’automobile italiana. Il mio messaggio non è mai stato economico. Non nasce da una logica opportunistica, ma da una questione morale: il riconoscimento di un percorso precedente, di un nome che esiste da anni e di un lavoro che è stato fatto con coerenza, sacrificio e continuità. Ad oggi esiste un dialogo formale, ma non un’azione legale in corso. Io resto convinto che questa vicenda potrebbe persino trasformarsi in un esempio positivo, se affrontata con intelligenza. Perché al centro, per me, non c’è una disputa burocratica: c’è il rispetto del lavoro altrui. Ed è un principio che vorrei valesse non solo per me, ma anche per le generazioni che verranno".

Quanto è importante, oggi, il nome di un’auto nel definire la sua identità, soprattutto nel mondo elettrico?

"Per me il nome di un’auto è fondamentale, perché è il primo elemento che le dà un’anima. Un nome non serve solo a identificare un prodotto: serve a renderlo riconoscibile, memorabile, umano. E nel mondo elettrico questo aspetto è ancora più importante, perché stiamo parlando di una nuova cultura della mobilità che ha bisogno anche di nuovi immaginari. Io ho sempre dato grande valore ai nomi. Non amo i codici freddi, impersonali, puramente tecnici. Preferisco nomi che abbiano un significato, una vibrazione, una storia. Luce, ad esempio, racchiudeva perfettamente l’idea di una nuova era, di energia, di futuro, e al tempo stesso custodiva una dimensione molto personale. Proprio per questo la scelta di un nome non può mai essere superficiale. Dietro un nome c’è identità, visione, il lavoro di anni. E quando un nome accompagna davvero la costruzione di un progetto industriale, allora smette di essere solo una parola e diventa parte del suo valore".

Questa vicenda le ha fatto cambiare approccio nel modo in cui protegge e sviluppa i suoi progetti?

", senza dubbio. È una vicenda che mi ha fatto riflettere molto, e lo dico con sincerità: in parte mi ha anche ferito, perché avrei preferito che certi temi potessero essere compresi senza doverli portare all’attenzione pubblica. Mi ha insegnato che oggi il buon senso, da solo, non sempre basta. Io sono sempre stato portato a credere nella forza naturale delle cose che si costruiscono bene, nella sostanza del lavoro, nell’evidenza dei fatti. Ma questa esperienza mi ha mostrato che, accanto alla visione e alla concretezza, serve anche una maggiore attenzione alla tutela formale dei progetti. Allo stesso tempo, però, voglio vedere anche l’aspetto utile di questa storia. Se può servire a lasciare un insegnamento, allora spero che ricordi a tutti, grandi e piccoli, che innovare non significa solo creare qualcosa di nuovo, ma anche saper riconoscere e rispettare il lavoro che altri hanno già fatto".

Nel panorama attuale, quanto è difficile per una realtà indipendente come Mole Urbana confrontarsi con colossi come Ferrari?

"Più che di confronto, parlerei di rapporto con grandi riferimenti industriali. Per me realtà come Ferrari rappresentano un patrimonio del nostro Paese, un esempio di capacità, visione e autorevolezza. E proprio per questo credo che debbano essere guardate con rispetto, ma anche con la consapevolezza che il rispetto deve essere reciproco. È chiaro che per una realtà indipendente il percorso sia più complesso: cambiano le dimensioni, le risorse, il peso internazionale, la struttura. Ma ci sono aspetti che non cambiano con il fatturato o con la storia aziendale, e sono la passione, la dedizione, il sacrificio e l’energia che si mettono nel lavoro ogni giorno. Io credo molto in questo: i grandi e i piccoli possono avere mezzi diversi, ma non necessariamente intensità diverse. Anche una realtà emergente può avere una visione forte, una dignità industriale e un’identità precisa. E il rapporto più sano, secondo me, è quello in cui i grandi diventano ispirazione per i piccoli, non un ostacolo al loro percorso".

Dove pensa che oggi le piccole realtà possano ancora fare davvero innovazione rispetto ai grandi gruppi?

"Le piccole realtà possono fare innovazione soprattutto dove contano velocità, intuizione e libertà decisionale. Chi è piccolo, spesso, ha la possibilità di muoversi più rapidamente, di cambiare rotta, di sperimentare senza dover attraversare strutture troppo complesse o processi infiniti di approvazione. Naturalmente esiste anche l’altra faccia della medaglia: mancano le risorse, le coperture economiche, la forza industriale che hanno i grandi gruppi. Per questo innovare, da piccoli, richiede una dose enorme di determinazione e di resistenza. Alla fine, però, credo che il vero punto sia questo: una piccola realtà può fare innovazione se non smette di credere nel proprio percorso, anche quando tutto sembra più difficile. E a volte la sfida più grande non è nemmeno innovare, ma riuscire a difendere ciò che si è creato".

Lei lavora sull’elettrico da anni: come vede l’evoluzione attuale del settore, tra sostenibilità reale e logiche di mercato?

"Io credo nell’elettrificazione da molti anni e l’ho sempre considerata una direzione seria, non una semplice tendenza del momento. Però bisogna essere onesti: ogni grande trasformazione industriale attraversa fasi diverse, con accelerazioni, rallentamenti, entusiasmi e ripensamenti. È normale che sia così. Quello che penso, oggi, è che la transizione debba essere reale, credibile e accompagnata con equilibrio. La sostenibilità non può essere soltanto dichiarata, e la tecnologia non può essere imposta dall’alto senza che mercato, infrastrutture e persone siano pronti davvero a sostenerla. Detto questo, resto convinto che l’elettrificazione non si fermerà. Anzi, in alcuni segmenti ha già dimostrato tutta la sua forza, penso soprattutto alla micromobilità e ai quadricicli, dove questa tecnologia ha trovato una coerenza molto forte. E allo stesso modo credo che, con i tempi giusti, ci sia spazio anche per un’elettrificazione più emozionale, più aspirazionale, capace di parlare non solo alla funzione ma anche al desiderio".

Quanto è stato complesso trasformare “Luce” da concept a progetto concreto, e cosa ha imparato da questo percorso?

"È stato un percorso molto impegnativo, fatto di salite vere, non solo progettuali ma anche imprenditoriali. Luce non è stata semplicemente un’auto da disegnare: è stata una visione da portare avanti nel tempo, e in qualche modo l’inizio di un’esplorazione che poi mi ha portato anche verso altri sviluppi concreti nel mondo dell’elettrificazione. La lezione più grande è stata capire cosa significa partire da zero, da un foglio bianco, e trasformare un’intuizione in un percorso industriale. Vuol dire imparare tutto, conquistare credibilità, affrontare limiti reali, e spesso dover convincere interlocutori molto più grandi di te che ciò che stai facendo merita attenzione. Ma forse è proprio questo il bello. Perché quando costruisci qualcosa davvero, ogni piccolo passo ha un peso enorme. E in fondo, con un po’ di ironia, ho imparato anche che sarebbe molto meglio usare le energie per parlare di tecnologia, progetto e kilowatt… invece che trovarsi a discutere di nomi".

Al di là della vicenda attuale, che futuro immagina per il progetto “Luce”?

"Io continuo a immaginare per Luce un futuro concreto. In questi anni credo di aver dimostrato che ciò che annuncio non resta confinato a una suggestione o a un esercizio di stile: magari richiede tempo, maturazione, contesto giusto, ma segue sempre una traiettoria reale. Luce è stata, per molti aspetti, un’anticipazione. Ha accompagnato una fase di ricerca, di costruzione e di crescita che nel tempo si è tradotta in progetti veri, in una fabbrica, in una struttura produttiva, in una visione sempre più definita. Oggi, rispetto a quando nacque, esiste un contesto molto più maturo anche per pensare a una sportiva elettrica in termini concreti. Per questo ritengo che Luce debba proseguire il suo sviluppo. Non la immagino come un prodotto di massa, ma come un progetto di nicchia, coerente con la natura di Mole Costruzione Artigianale: pochi esemplari, forte identità, contenuto emozionale alto. Un progetto per chi cerca qualcosa che non sia soltanto un’automobile, ma anche una dichiarazione di visione".

Se oggi si aprisse un dialogo diretto con Ferrari, o se l’ha già fatto, quale sarebbe per lei il punto di partenza per un confronto costruttivo?

"Per me il punto di partenza sarebbe molto semplice: il riconoscimento reciproco. Da parte mia c’è sempre stata disponibilità al dialogo, anche perché parliamo di una realtà verso la quale ho rispetto autentico e dalla quale, come tanti, ho imparato molto nel tempo. Proprio per questo mi auguro che questa vicenda possa chiudersi in modo costruttivo, intelligente e capace di lasciare un segnale positivo. La mia posizione non nasce da una richiesta economica, ma dalla volontà di continuare il mio percorso con coerenza, tutelando un lavoro che per me non è teorico, ma imprenditoriale, produttivo e destinato al mercato. Se si aprisse un confronto diretto, mi piacerebbe che partisse da qui: dall’idea che una grande realtà possa ascoltare una realtà più piccola senza viverla come un fastidio, ma come una presenza seria, credibile e determinata. Sarebbe un bellissimo esempio. Perché i grandi, prima di diventare grandi, sono stati piccoli anche loro. E ricordarlo oggi avrebbe un valore che va ben oltre questo singolo caso".

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