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Esposizione
09 Aprile 2026 - 06:00
Giorgio Griffa in una fotografia di Paolo Mussat Sartor
Come raccontare i novant’anni di uno dei più grandi artisti dell’arte contemporanea, uno che con la sua visione sempre rivolta al futuro ha saputo fare ricerca e sperimentazione, uno che ancora oggi rappresenta il meglio della pittura torinese. Un vanto, il più “vecchio giovane” pittore contemporaneo, Giorgio Griffa, 90 anni lo scorso 29 marzo, a cui la Fondazione che porta il suo nome, in via Oropa 28, inaugura proprio oggi, fino al 2 luglio, una mostra in suo onore dal titolo “Summer 69”.

Come raccontarlo, dicevamo, ecco lo si fa partendo dall’alto, da quella magica estate del ’69, quando Griffa emerse in tutto il suo splendore attraverso l’incontro con Gian Enzo Sperone, in quella che ancora non era diventata la Galleria del più grande collezionista internazionale che Torino abbia mai partorito, e Paolo Mussat Sartor che con il suo obiettivo ne immortalò il gesto artistico consegnando alla storia la genesi di opere ancora oggi moderne e da scoprire. Un visionario Griffa, così oltre il tempo da rendere contemporanee ancora oggi le sue linee, il tratto leggero e le ricerche nate quasi sessant’anni fa.

«Nel 1969 avevo 33 anni – spiega Griffa -. A chi mi chiedeva il perchè dei segni che tracciavo rispondevo: “mi sembra meglio lasciar spazio ai 30.000 anni di memoria della pittura, che ai 30 anni della mia”. Quella prassi silenziosa, sacrale, di fissare uno dopo l’altro i segni sulla tela senza dare a essi un significato costituiva pur sempre un modo di raccontare il mondo, la memoria del rapporto dell’uomo con il noto e l’ignoto, ciò che hanno raccontato le arti di tutti i tempi e di tutti i popoli».
Linee, segmenti e tacche tracciate con ritmo in verticale, orizzontale o diagonale. Un alfabeto essenziale e condiviso, che rinuncia alla rappresentazione per interrogare la pittura stessa come evento e come percorso di conoscenza. Questa la produzione di quella magica estate che oggi rivive nella vasta esposizione.
Un evento che cade quasi un anno dopo il grande omaggio alla collezione di Sperone che si tenne nello spazio Ersel, era il maggio 2025, alla sua presenza. Nomi di cui Torino fa bene a vantarsi e che forse, dovrebbe ricordare di sbandierare più spesso qua e là.
L’esposizione riunisce alcune delle tele che compaiono negli scatti del 1969, presentate nell’Art Space della Fondazione accanto a una selezione delle fotografie originali di Paolo Mussat Sartor. L’accostamento permette di ricostruire il dialogo tra opera e immagine, tra il tempo della creazione e quello della memoria, restituendo al visitatore la densità di quell’istante creativo.
«Ricordo tutto perfettamente di quei giorni del ’69: la luce forte di agosto, il senso di leggerezza, i movimenti di Giorgio e di una pittura che si libera dagli schemi, la sensazione precisa che stesse accadendo qualcosa di unico, di speciale e il desiderio di fissarne l’energia in una serie di scatti», ricorda Paolo Mussat Sartor incalzato da Sperone: «Nel 1969 ho conosciuto Giorgio Griffa che da subito mi è parso da inquadrare e promuovere un “io diviso” tra razionalità e voglia di spingere la pittura su terreni scivolosi e mai praticati prima. Le foto scattate da Mussat rappresentano plasticamente una dicotomia: arte come pratica progettuale di rottura e volontà di rimanere immersi nelle dolcezze della pittura».

La mostra riunisce dieci lavori storici realizzati tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, testimonianza di un passaggio cruciale nella pratica dell’artista, segnato da un’intensa fase di sperimentazione tecnica e linguistica. In questi anni Griffa esplora diversi strumenti e modalità di applicazione del colore: accanto all’uso del pennello compaiono impronte di spugna, come in Spugna (1969), o del pollice, come in Pollice (1968), o ancora l’utilizzo della spatola in opere come Spatole bianche (1969). Prima di adottare definitivamente l’acrilico, Giorgio Griffa era solito utilizzare anche la pittura a olio; in mostra è presentato uno degli ultimi lavori realizzati con questa tecnica, Policromo verticale (1968). In Linee orizzontali (1968) si vede invece l’utilizzo del pastello.
A completare la mostra, otto tele realizzate nei primi mesi del 2026 esplorano nuovamente il ciclo pittorico Segno e Campo. Il percorso include infine due nuove fotografie realizzate da Paolo Mussat Sartor nel 2026, che ritraggono Giorgio Griffa nel suo studio, esattamente cinquantasette anni dopo le immagini del 1969.
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