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14 Aprile 2026 - 09:11
Immagine di repertorio
«Sono Eva Beccalli, mamma caregiver di mio figlio Riccardo, 15 anni. E sono anche la tutrice di Carola, 24». La sua voce è ferma, ma dietro le parole si avverte la fatica accumulata negli anni. Non è un caso isolato: è una delle tante storie emerse durante un incontro pubblico promosso dal coordinamento Caregiver Familiari Uniti (CFU), che riunisce oggi circa 14mila caregiver in tutta Italia.
Accanto a lei, altre testimonianze si susseguono come un mosaico di vite sospese. «Convivo con il mio compagno e mi occupo anche di mia madre malata di Alzheimer», racconta un’altra donna. «Sono caregiver di mia figlia di quattro anni e mezzo, affetta da sindrome di Angelman». Il filo che unisce tutte è lo stesso: una cura continua, totale, spesso invisibile.
Estate: quando l’assistenza scompare
«Sembra che mio figlio sia disabile solo fino all’8-10 giugno», denuncia una madre. Con la fine della scuola, si apre un vuoto: mesi in cui l’assistenza educativa si riduce drasticamente o scompare. «La pausa estiva è lunghissima, e le ore di supporto sono insufficienti».
Il problema si ripete ovunque: centri estivi difficilmente accessibili, terapie ridotte al minimo, famiglie lasciate sole. «La disabilità non segue un calendario scolastico», è la richiesta che rimbalza nella sala.
Un lavoro senza nome
«Chiedo semplicemente che il caregiver sia riconosciuto come un lavoro», dice una donna con un’invalidità dell’80%. «Un lavoro usurante».
Il tema è centrale anche nell’intervento di Lisa Orrico, che parla davanti a una platea di caregiver arrivati da tutta la regione: «Siamo persone che lavorano 24 ore su 24, 7 giorni su 7, senza sosta».
I numeri raccolti dal CFU raccontano una realtà dura:
57% dei caregiver non ha un altro lavoro.
Tra chi assiste a tempo pieno, quasi 62% ha dovuto abbandonarlo.
28% non ha mai potuto lavorare.
Quasi 9 caregiver su 10 sono fuori dal mercato. E nel 90% dei casi sono donne.
Povertà e isolamento
Il caregiving, spiegano, produce spesso povertà. Molti vivono con contributi minimi — in alcuni casi circa 100 euro al mese — o con pensioni di familiari. «Nel 45% dei casi non si riescono a pagare le bollette», emerge dal questionario nazionale.
Ma il dato economico è solo una parte. «A un certo punto la vita si azzera», racconta Elena Abbate, madre di due figlie con disabilità gravissima. «Scompaiono lavoro, relazioni, libertà. Si vive solo in funzione dei propri figli».
Il peso invisibile: burnout e solitudine
Le notti senza sonno, la responsabilità costante, l’assenza di supporto generano un fenomeno sempre più diffuso: il burnout.
«È uno spegnimento totale», spiega Abbate. «Può portare a ansia, depressione, fino a pensieri estremi». In Italia, ricorda, sono decine i casi di tragedie familiari legate alla disperazione di chi si prende cura da solo di persone non autosufficienti.
Un sistema che non regge
Le criticità non riguardano solo il riconoscimento economico, ma anche i servizi. Viviana Chirigoni racconta di progetti assistenziali «mai davvero realizzati», personale non formato e un sistema «non pronto a gestire situazioni complesse».
«La macchina si muove, ma non ha soluzioni», dice. «E il risultato è un senso di sconfitta».
“Siamo un esercito invisibile”
Secondo il CFU, in Italia i caregiver familiari sono circa un milione solo tra quelli H24, e fino a sette milioni considerando tutte le forme di assistenza. Un «esercito silenzioso» che, di fatto, sostiene il sistema di welfare.
«Se lo Stato dovesse sostituirci, spenderebbe decine di miliardi», afferma Alessandra Corradi. «Eppure non veniamo riconosciuti come lavoratori».
Una battaglia culturale
La richiesta è chiara: una legge nazionale che riconosca il caregiver familiare, con tutele economiche, previdenziali e servizi concreti.
A prendere la parola, poi, anche l'assessore regionale al Welfare e neo-vicepresidente Maurizio Marrone: «I caregiver sono di fatto la spina dorsale di un sistema intero di assistenza che spesso fa più e prima dei contributi istituzionali o del terzo settore, quindi anche delle leve di sistema dell'assistenza». E ricorda il percorso intrapreso a livello regionale per la regolamentazione dei caregiver: «Esistono diverse bozze di disegni di legge, che vorremmo portare insieme in Consiglio regionale. Abbiamo concordemente deciso di attendere che avesse lo sprint che sta avvenendo in questi giorni la dimensione nazionale», dice. Insieme a lui è il vicepresidente della commissione Sanità Daniele Valle. «Stiamo andando avanti con cautela. Vogliamo fare un lavoro che sia complementare e coerente con il livello nazionale in maniera da evitare di arrivare a testi che siano incoerenti fra di loro, che diano spazio a interpretazioni differenti, ricorsi, pasticci burocratici», conferma.
La domanda, e insieme l’appello, restano: «Chi si prende cura degli altri ha bisogno di essere curato?»
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