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Odio via social

Insulti sessisti contro Cristina Seymandi: 5.000 euro a testa per gli haters (e qualcuno chiede scusa)

Dopo la rottura del fidanzamento con Massimo Segre, 26 indagati, dal sindacalista al musicista trap

Insulti sessisti contro Cristina Seymandi: quando l’odio online presenta il conto (e qualcuno chiede scusa)

Fare il leone da tastiera costa caro: 5.000 euro (a testa) per gli insulti via social a Cristina Seymandi, imprenditrice torinese finita nel mirino degli hater dopo la rottura del fidanzamento con il finanziere Massimo Segre: tra scuse, multe, spese legali e risarcimenti, chi ha insultato sui social potrebbe pagare appunto fino a 5.000 euro a testa. Non è solo una vicenda di cronaca digitale: è uno spaccato di costume, e una domanda che resta sospesa come un’eco nei commenti: perché, quando una donna viene esposta al giudizio pubblico, l’offesa scivola così spesso sul corpo e sulla sessualità?

Tutto nasce dopo la fine del fidanzamento tra Cristina Seymandi e Massimo Segre. Secondo quanto riportato, Segre le avrebbe rivolto accuse pubbliche di tradimento durante una festa in una villa sulla collina di Torino. Un momento ripreso in video, poi finito in Rete. Da lì, la vicenda privata diventa materiale da social: un passaggio ormai fin troppo familiare, in cui la curiosità si trasforma in tribunale popolare e il “commento” diventa condanna.

Seymandi racconta il livello degli attacchi ricevuti: «Uno mi dava della escort. Diceva che le donne migliori sono quelle che paghi». Parole che non sono semplici “dileggi”, ma un linguaggio che mira a ridurre una persona a un’etichetta, e una donna a un pregiudizio. «Sono stata attaccata in quanto donna», dice l’imprenditrice. E aggiunge un punto centrale: «È la prima volta che questo tipo di insulti vengono riconosciuti per la loro natura sessista. È un passo fondamentale per far venire meno quel senso di impunità che si nasconde dietro un certo tipo di azioni violente on line». 



Gli indagati per gli insulti sessisti via social a Cristina Seymandi sono 26: tutti di nazionalità italiana, quasi tutti uomini (tranne due). Un dettaglio che pesa, perché racconta una dinamica ricorrente: l’aggressione di genere come riflesso culturale, non come incidente isolato. C’è un altro elemento che colpisce: il profilo sociale degli indagati. Non si parla di un sottobosco marginale, ma di persone diplomate e laureate. Tra gli “odiatori” figurano due insegnanti, un agente di polizia, un volontario della Croce Rossa, piccoli imprenditori e commercianti, un sindacalista. Insospettabili, appunto.

Le indagini sono state condotte dagli agenti della Polizia postale del Piemonte e della Valle d’Aosta. Il primo a essere individuato, si legge, è stato un sindacalista 60enne residente a Roma; il più giovane un appassionato di musica trap di Milano. Quasi tutti, sui social, si definiscono sposati e con figli: un dettaglio che non assolve né aggrava, ma fotografa la distanza tra identità pubblica e comportamento online.

A dare un nome giuridico a quel fango è la gip di Torino Lucia Minutella, che — dopo la richiesta di archiviazione del fascicolo avanzata dal pm Roberto Furlan — ha ordinato alla Procura di Torino di identificare gli hater. Minutella li definisce “odiatori sessisti”, mentre Cristina Seymandi risulta vittima di diffamazione aggravata dall’odio e dalla discriminazione. È un passaggio che pesa anche fuori dalle aule: perché se la rete è spesso raccontata come una zona franca, qui la magistratura indica una direzione opposta. Non tutto è opinione. Non tutto è satira. Non tutto è “solo un commento”.

Con alcuni indagati, nel frattempo, si è arrivati a un accordo. Seymandi starebbe valutando se procedere con una causa civile nei loro confronti. Su altri profili le indagini sono ancora in corso; per altri ancora c’è stata un’archiviazione “per tenuità del fatto”. Ma anche in quel caso, l’imprenditrice potrebbe scegliere la strada civile. Resta, sullo sfondo, la dimensione sociale della vicenda: «La condanna della magistratura è importantissima, ma sono consapevole che c’è ancora molto da fare per raggiungere un vero cambio culturale nella parità di genere». 

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