Silurato, l'ormai ex ad di Banca di Asti, Carlo Demartini, si toglie i sassolini dalla scarpa: "Il valore delle azioni? Falso che sia dimezzato. Ma attenzione a venderle...". Una presa di posizione avvenuta ieri, nelle quasi quattro ore di assemblea dei soci — la prima pubblica dopo sei anni — che hanno certificato un cambio di stagione: nuovi vertici, conti rivendicati con orgoglio, e un tema che resta sul tavolo come una domanda scomoda: quanto vale davvero la banca, e quanto valgono, per l'appunto, le sue azioni?
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L’assemblea di ieri ha sancito il rinnovo del Consiglio di amministrazione e, con esso, il passaggio di testimone ai vertici.
Maurizio Rasero, sindaco di Asti, è stato nominato presidente al posto di
Giorgio Galvagno. Un dettaglio che non è passato inosservato: Rasero non era presente in sala (in compenso ha affrontato la bufera in consiglio comunale, dove dopo aver chiesto le sue dimissioni da sindaco, le opposizioni hanno lasciato la sala). La guida operativa passa invece a
Roberto Fiorini, manager proveniente da
Unicredit, nominato nuovo amministratore delegato al posto di
Carlo Demartini. Demartini, però, non esce subito di scena: resterà fino a luglio come direttore generale, accompagnando la transizione.
Tra i primi interventi, quello di
Livio Negro, presidente della
Fondazione CrAsti, che ha messo in chiaro la linea: "la necessità di un
rinnovamento". Un
rinnovamento che, nelle sue parole, dovrebbe poggiare su un incastro di
competenze: "Rasero è un profondo conoscitore del territorio e Fiorini un grande esperto delle dinamiche bancarie". Negro ha anche dato una lettura netta del momento: "Il cambiamento è in corso e va gestito, ogni rinvio è un costo", sottolineando come il nuovo contesto "imponga una revisione dei modelli tradizionali". Tradotto: non basta più fare banca “come si è sempre fatto”. E la domanda retorica, qui, viene quasi naturale: si può restare locali senza diventare piccoli?
Carlo Demartini, amministratore delegato uscente, ha scelto un registro pragmatico. "Sappiamo che il mercato evolve. Non abbiamo bisogno di leggerlo nei libri. E sappiamo bene da tempo che il futuro è nella tecnologia". Ma il punto, per lui, è un altro: "Ciò che deve distinguerci è l'attenzione alle persone, altrimenti rischiamo l'omologazione con istituti di dimensioni maggiori". È una linea che suona come un avvertimento: la
trasformazione digitale è inevitabile, ma se diventa solo automazione e distanza, una banca del territorio rischia di perdere la sua ragion d’essere. Come una piazza senza più panchine: efficiente, forse, ma meno umana.
Sul fondo, ma in realtà al centro delle preoccupazioni di molti soci, resta il
valore delle
azioni, giudicato da più parti troppo basso. Demartini ha replicato parlando di un problema di comunicazione: "C'è stato un cortocircuito informativo", ma non si è capito da parte di chi. E ha portato un dato preciso: "Il patrimonio netto per azione è di 15,3 euro" secondo la
quotazione all'indice Vorel. Poi l’invito alla prudenza, quasi un appello a non farsi trascinare dalla corrente: "Farei qualche riflessione prima di vendere i titoli bancari alla quotazione attuale. Io le mie quote non le vendo". Una frase che, in assemblea, pesa sempre doppio: è dichiarazione di fiducia, ma anche messaggio politico interno.
Demartini ha rivendicato i risultati della gestione, respingendo le critiche di immobilismo: "Ci hanno accusato di scarso dinamismo, eppure la banca è cresciuta di cinque volte, passando da una dimensione provinciale a una transregionale". Sul piano dei numeri, il bilancio registra "un utile di 62 milioni di euro", che ha portato l’assemblea ad approvare un
dividendo di 0,50 euro per azione, per un monte complessivo di 35,3 milioni, ossia +25% rispetto all'anno precedente e "il più alto mai distribuito nella storia della banca". Numeri importanti, che però non chiudono automaticamente la partita della fiducia: perché se i dividendi salgono ma il
valore percepito delle
azioni resta contestato, la frattura tra bilancio e sentimento dei soci rischia di allargarsi.
Lo spiega
Pier Franco Marrandino, presidente dell'associazione
piccoli azionisti. La sua contestazione è diretta: «Le
azioni sono diminuite invece di aumentare e non abbiamo ancora capito il perché». E la richiesta è chiara: «Occorre riequilibrare il
valore dei titoli a quello patrimoniale, che è molto più alto». È il classico punto in cui la finanza incontra la vita quotidiana: per molti piccoli soci, l’azione non è un’astrazione, ma un risparmio di famiglia. E quando il prezzo non “racconta” ciò che i numeri sembrano dire, la domanda diventa inevitabile: chi sta sbagliando lettura?