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Economia & Territorio
24 Aprile 2026 - 08:30
Banca di Asti cambia tutto - coniugando esigenze finanziarie e mire politiche - ma l'azionista di maggioranza vuole far sentire la sua voce. Il problema è che, questo azionista di maggioranza con il 35,1% delle azioni, è in realtà 25.000 persone diverse. Che si preoccupano del proprio capitale. Così, alla vigilia dell’assemblea degli azionisti di Banca di Asti, in programma lunedì 27 aprile, con il rinnovo delle cariche sociali, fa discutere - ad Asti così come nei corridoi delle Fondazioni azioniste o "sorelle" e anche della grande finanza - una lettera inviata a La Nuova Provincia da Carlo Cerrato, da “poco meno di un mese” membro del Direttivo dell’Associazione soci CariAsti.
Inquadriamo subito nel contesto: la Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, socio di maggioranza, ha espresso i suoi nominativi per i vertici. Per la presidenza viene designato Maurizio Rasero, sindaco di Asti, presidente della Provincia e già vicepresidente proprio di Banca di Asti, quota Forza Italia, il sogno della presidenza finalmente raggiunto. Come amministratore delegato c'è Roberto Fiorini, dirigente con oltre 25 anni di esperienza nel settore. Il suo curriculum è un viaggio dentro la finanza europea: incarichi nella divisione centro-est Europa di Unicredit, fra corporate e investment banking; quindi la nomina nel 2017 ad amministratore delegato di Unicredit Factoring e, dal 2021, la responsabilità del Centro Italia. Un manager di alto profilo per aumentare la redditività della banca (ed eventualmente la sua espansione).
Ma in vista dell'assemblea c'è chi affila le armi: da chi è stato escluso dalle candidature al consiglio di indirizzo - e vuole portare agli organi di vigilanza i criteri di analisi dei curricula -, alla politica astigiana che, per quanto sia in scadenza da sindaco nel 2027 e debba lasciare la Provincia, mal vede l'ascesa di Rasero (ma il Pd è già stato accontentato con la designazione nel board del consigliere comunale Roberto Vercelli, mentre in Provincia salirebbe Simone Nosenzo, sindaco leghista di Nizza Monferrato, in una declinazione di accordo tripartitico). La rappresentanza dei piccoli soci è affidata a Silvia Mirate.
E qui si innesta la lettera dei giorni scorsi di Cerrato, per quanto precedente alle designazioni. Cerrato racconta di aver appreso dai giornali che l’Associazione avrebbe “preso posizione sul futuro della Banca”. Ma, sostiene, "il nuovo direttivo non avrebbe mai discusso né deliberato se e come esprimersi". Un passaggio che definisce “molto grave”. Non solo. La fonte di quella presa di posizione, scrive, sarebbe un comunicato diffuso lunedì 13 "dall'ufficio comunicazione della banca".
Ma il cuore del problema è il primo dato messo sul tavolo, un dato politico prima ancora che finanziario: secondo Cerrato, i piccoli azionisti detengono il 35,1% delle azioni. Eppure, “divisi, non contano nulla”, in quanto nessuno raggiunge neppure il 2%. Qui entra in scena l’Associazione: avrebbe circa 600 soci e uno Statuto che, secondo Cerrato, “blinda il controllo a favore di dipendenti e pensionati”. La domanda è tagliente: “Come tutela gli azionisti? Mistero”.
È qui che la lettera alza il livello dello scontro, perché entra nel cuore del rapporto tra banca e risparmiatori: il valore delle azioni. Cerrato elenca una serie di interrogativi che suonano come un controcanto alle rassicurazioni: se davvero “va tutto benissimo”, perché le azioni hanno perso metà del valore, "perché non sono quotate su un mercato vero?", "perché ci sono voluti cinque anni per tornare a convocare un'assemblea degli azionisti in presenza?
Banca di Asti è quotata sull'indice della Vormel Sim. Il capitale sarebbe formato da circa 70 milioni di azioni. In pochi anni, scrive Cerrato, avrebbero perso “quasi metà del valore”, passando da circa 16 euro a circa 8 euro, come avevamo scritto anche noi tempo fa. Tradotto: “sono andati in fumo circa 500 milioni di euro”. E qui la lettera diventa anche un ragionamento sociale: quanto pesa una perdita del genere su una “provincia in ginocchio”? È un’immagine forte, che lega finanza e vita quotidiana: meno risparmi, meno consumi, meno serenità, meno capacità di investire. Cerrato chiede se si vogliano “mettere in campo strategie” per riportare le quotazioni ai livelli del passato o se si continuerà con “giochetti di potere nelle segrete stanze”. La metafora è chiara: mentre fuori la città fatica, dentro si litiga.
Cerrato fa sua anche la "direttiva" di Livio Negro, presidente della Fondazione: CrAsti ha chiuso il 2024 con 51 milioni di utili - è una banca sana, non a caso interessa a gruppi come Credem, BPM e persino Unicredit -, mentre Banca di Alba, "con metà patrimonio è arrivata a 80 milioni". Ed ecco che si arriva al "siluramento" dell'attuale ad, Carlo Demartini, considerato troppo "prudente". Certo, ha aumentato la redditività, ha aumentato presenza sul territorio e lanciato un piano di ampliamento filiali - mentre altri chiudono - con una presenza in cinque regioni: per i soci - e la politica -, però, "non ha avuto visione".
E qui cosa si intende? Cerrato dice "basta con la storia della banca del territorio". Rasero, da sindaco, aveva sempre reagito male ai rumors sull'interesse dei grandi gruppi. Livio Negro, però, sa bene che la Fondazione - e il ministero dell'Economia retto da Giancarlo Giorgetti l'ha nuovamente ricordato - deve alleggerire il peso delle sue azioni e la presenza nel capitale, in ossequio - con ritardo di 15 anni - alle normative vigenti. "Ma per questo c'è tempo" si mormora da Piazza Libertà ai corridoi delle fondazioni torinesi e alle sale della politica... Lunedì 27 si prevedono animi infuocati.
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