«L’olocausto? Non appartiene al passato». Non è uno slogan da 27 gennaio, ma la riflessione di un ragazzo di 18 anni, poche ore di sonno sulle spalle e un viaggio ancora tutto da metabolizzare. Sono centinaia i giovani partiti dal Piemonte con il Treno della Memoria. Molti arrivano dal capoluogo, tanti dalla provincia. Prima tappa Berlino, poi il trasferimento verso Cracovia. In Germania hanno visitato il campo di Ravensbrück; in Polonia li attendono altri luoghi simbolo. E, racconta chi accompagna il gruppo da anni, la “botta emozionale” deve ancora arrivare.
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La partenza per Cracovia è fissata alle 5.30 del mattino. Dieci ore di bus, tra soste e chilometri. La sera prima, però, i ragazzi hanno vissuto Berlino in libertà. Hanno scelto un locale in centro, «un disco pub», lo definiscono: un posto dove si può mangiare, bere, cantare al karaoke o semplicemente ballare. Sono rientrati in ostello poche ore prima della sveglia. Eppure, quando il motore del bus si accende, ci sono tutti. Dormono accovacciati sui sedili, una sciarpa come coperta; qualcuno si stende nel corridoio centrale. Alla prima pausa in area di servizio la meta è più vicina, ma la strada è ancora lunga. Il gruppo più numeroso arriva da Nichelino. Il motivo è concreto: il Comune investe 25mila euro attraverso le Politiche giovanili per sostenere il progetto, abbattendo i costi per le famiglie rispetto alla quota che ogni partecipante dovrebbe sostenere autonomamente. Sul bus, come raccontavamo per le visite al campo di concentramento, l’ordine sorprende. In un’epoca - l’attuale - in cui si parla spesso di “maranza”, questi diciottenni hanno scelto di confrontarsi con la complessità dei crimini del periodo nazista. Di fare un viaggio che non ha niente a che fare con una vacanza. Fatica, ore a piedi, altrettante in bus, il freddo, la pioggia, il ghiaccio, la lingua diversa e gli orari - sveglie prima del canto del gallo -. Ognuno di loro porta con sé uno sguardo diverso. Edoardo, 18 anni, liceo scientifico, una Canon sempre al collo, mostra sul tablet i suoi scatti. «Ieri al campo di Ravensbrück mi hanno colpito le rose», racconta. Le sue fotografie non sono immagini scontate. Parlando con lui, il discorso scivola sull’attualità: «L’olocausto? Non appartiene al passato». Il riferimento è a un presente in cui, osserva, l’indifferenza verso i più fragili riaffiora troppo spesso. C’è Sara, rappresentante d’istituto all’Erasmo da Rotterdam, felpa verde, viso senza trucco e lineamenti mediterranei. «Al campo l’impatto visivo è stato fondamentale. Impossibile non notare quei grossi capannoni, non farsi suggestionare da pioggia e freddo: mi hanno permesso di empatizzare».Irene, 19 anni, ricorda le distese e il gelo: «E noi eravamo vestite, pensa loro, nude. Mi ha turbato trovarmi in un luogo che di solito leggo sui libri di scuola». Elisabetta, 18 anni, riflette sul tema della solidarietà femminile illustrato al campo dalla guida Andrea Tua. Per lei il femminismo è «la massima espressione del rispetto verso tutti. Nessuno in una posizione di predominanza, tutti alla pari». Aurora, anche lei 18 anni, calzini del Grinch e piedi raccolti sul sedile, guarda al presente: «Rispetto agli anni ’30 e ’40 sull’autodeterminazione delle donne sono stati fatti grandi passi avanti. Ma non è ancora abbastanza». Cosa chiedono oggi? «Più tempo dedicato all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole». Tra compagni ne parlano, con i professori «è ancora un tabù».Alla fine del viaggio qualcuno accende la musica. Parte Battisti, “La canzone del sole”. Il bus diventa per qualche minuto una sala karaoke improvvisata. Cantano. Poi il silenzio torna a farsi spazio. Davanti a loro c’è Cracovia. E una memoria che, per questi ragazzi, non è solo storia.
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