Quando varcano il cancello non sanno davvero cosa li aspetta. Hanno tra i 18 e i 20 anni, sono tanti, quasi tutti arrivano dalle periferie di Torino. È mattina presto, si sono svegliati di nuovo all’alba. In Polonia ci sono meno quattro gradi e nevica, una neve che in Piemonte non si vede da anni. Davanti a loro il campo di concentramento di Auschwitz. Poi, tre chilometri più in là, Birkenau. Sono emozionati, lo si legge nei volti. Arrivano preparati: settimane di formazione con gli educatori che li accompagnano nel viaggio del Treno della Memoria
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Matteo indossa le scarpe del nonno Mario, nato nel 1933, di origine ebraica. Porta anche una kefiah. Dice di non avere idee polarizzate dalla propaganda: crede, o almeno spera, in un mondo giusto e senza guerre. «Cose simili stanno capitando, la gente non se ne rende conto. Quello che è successo è stato un processo: piano piano si è arrivati ai campi di sterminio. L’Olocausto è stato dall’inizio alla fine, dalle idee razziali, dagli stereotipi contro gli ebrei». Dentro il campo si cammina in un vero museo all’aperto: la storia del più grande crimine commesso dagli esseri umani. Il complesso di Auschwitz era formato da oltre quaranta campi di concentramento e sterminio nei pressi della cittadina polacca di Oświęcim. Qui morirono circa 1,1 milioni di persone su 1,3 milioni di deportati: ebrei, oppositori politici e altre categorie considerate nemiche o inferiori dal regime nazista. Dal giugno 1940 arrivarono i primi prigionieri. Dal 1942, con la “soluzione finale” definita da Reinhard Heydrich e Adolf Eichmann dopo la conferenza di Wannsee, iniziò lo sterminio pianificato: il primo treno carico di ebrei giunse il 26 marzo 1942. Il 3 settembre 1941 venne utilizzato per la prima volta lo Zyklon B per la gassificazione sistematica dei deportati. Nei tre anni successivi ne furono impiegate circa venti tonnellate. Il culmine arrivò tra aprile e giugno 1944 con la deportazione e l’uccisione di mezzo milione di ebrei ungheresi. Il campo fu liberato dall’Armata sovietica il 27 gennaio 1945, data poi diventata il Giorno della Memoria. Usciti dal campo i ragazzi parlano tra loro sul pullman. Raccontano che, attraverso il Comune di Nichelino, non hanno fatto solo questo viaggio. «Alla nostra età dobbiamo prendere coscienza di cosa accade attorno a noi e di cosa è accaduto», dice Francesco, che ha partecipato anche al viaggio del Confine Orientale sulle Foibe.Elisabetta, dopo la visita, si è fermata qualche minuto da sola:«La società di oggi vede ancora un razzismo radicato. Nel quotidiano esistono ancora concetti di ieri». Pietro è rimasto colpito dalla vastità di Birkenau: 160 ettari. «Infinito, non si vedeva una fine. Girarlo sotto la neve ha amplificato tutto. In questo autobus saremo una cinquantina e siamo stretti. Loro erano dieci volte di più in una stalla». All’ingresso di Birkenau altri visitatori scattano selfie. Non i ragazzi torinesi: molti hanno lasciato i cellulari sul pullman. Un gesto semplice che racconta educazione, rispetto e attenzione. Ragazzi - e ragazze - che continuano a porsi domande senza la pretesa di conoscerne subito le risposte. Giovani, ma interessati al mondo, alla storia. A starci insieme qualche giorno si vede uno spettro di sfumature: quando a Cracovia ha cominciato a nevicare, hanno fatto a palle di neve. Come dei bambini. Quando entrano nel campo, non toccano cibo, sigarette, non alzano la voce. Anzi, per dovere di cronaca, hanno dato lezione anche agli adulti sul come comportarsi. La sera, quando entrano nei locali, non urlano. La mattina non fanno aspettare i bus al momento di partire. A cena parlano di separazione delle carriere dei magistrati esattamente come dei problemi scolastici in quella o l’altra materia. Ordinano cosa mangiano, senza sprecare nulla. Si dividono piatti e conti, E c’è da ricordarsi che quell’età non è semplice. Dai “grandi” sei percepito come poco più che un adolescente. Ma, per la legge italiana, sei abbastanza grande da doverti assumere le tue responsaibilità. I “nostri” ragazzi, i centinaia che stanno facendo questo Viaggio, perchè come già specificato non è una gita, hanno preso un impegno. E lo hanno onorato. C’è stato un altro momento toccante, durante la giornata. Tutti hanno scritto un pezzo di tela bianca, il nome di un deportato o di una deportata. Alla fine, al microfono hanno letto quel nome e poi pronunciato le parole «io ti ricordo». Alcune voci tremavano. Altre erano più sicure. Poi, con la loro impronta digitale hanno lasciato un segno su uno striscione bianco, che riportava una frase di Primo Levi: «E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo. Questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire».
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