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TRENO DELLA MEMORIA

Tornare a casa diversi «Ora non possiamo più voltarci dall’altro lato»

I ragazzi e le ragazze, al ritorno, insegneranno agli adulti un mondo diverso. «Tenetevi stretti tutti i vostri dubbi»

Tornare a casa diversi «Ora non possiamo più voltarci dall’altro lato»

Il momento più forte non arriva davanti ai cancelli dei campi, ma alla fine. Quando la visita è finita, gli appunti sono pieni e le fotografie salvate nei telefoni, resta solo la parola.
Nell’auditorium dell’università di Cracovia centinaia di ragazzi si alzano uno dopo l’altro: è la plenaria conclusiva del Treno della Memoria. Poi si riparte, un altro lungo viaggio in autobus verso casa. Ed è proprio allora che nessuno vuole davvero andarsene.

«Per una settimana siamo stati una famiglia. La spalla l’uno dell’altro», racconta una ragazza, fermandosi più volte per la voce rotta dall’emozione. «Un filo rosso tra tutti noi».


Il viaggio, prima, è stato dentro la storia. In Germania, al campo di concentramento di Ravensbrück, aperto il 15 maggio 1938 a circa ottanta chilometri da Berlino: nato come luogo di “rieducazione” per oppositori politici tedeschi e trasformato poi in un vero lager femminile. Poi la Polonia: il ghetto ebraico di Cracovia, la fabbrica di Schindler, quindi Auschwitz e Birkenau. Luoghi studiati nei libri e improvvisamente reali. Immensi. Silenziosi. «Prima vivevo in automatico. Adesso non possiamo più farlo» dice una 18enne seduta nelle file più alte. «Non basta ricordare se poi torniamo a casa e restiamo uguali». I partecipanti sono soprattutto giovanissimi della provincia di Torino, qualcuno di Savigliano, poi un gruppo di adulti che ha svolto un percorso parallelo e una delegazione francese, eterogenea per età e provenienza. La memoria diventa lingua comune. Una ragazza legge da un foglietto stropicciato: «I campi mi hanno mostrato la solitudine, il dolore, il freddo. Ma attraversarli insieme ci ha reso più uniti che mai. Gli abbracci di questo viaggio mi commuoveranno sempre». Un ragazzo rievoca l’arrivo a Birkenau: «Scendiamo dal bus, fa freddo. L’ultima sigaretta. È tutto bellissimo e terribile: la neve è stupenda, ma loro avevano solo una camicia, non i nostri cappotti». Gli interventi si susseguono senza scaletta. Sarebbe impossibile raccoglierli tutti. Il filo conduttore è uno: non voltarsi più dall’altra parte. Perché quello che è accaduto può accadere ancora, quando indifferenza e insofferenza diventano abitudine quotidiana.


Guardandoli parlare, qualcuno degli educatori sussurra che non sembrano gli stessi partiti una settimana prima. Parlano anche loro, gli educatori, poco più grandi dei partecipanti. Antonio è amatissimo dal suo gruppo, riesce a comprendere i “suoi”: invita a non dimenticare una cosa semplice «abbiamo avuto anche noi diciott’anni, con errori e sogni». Cristian confessa di aver imparato dai ragazzi «cos’è l’amore e l’importanza di essere se stessi». Poi arriva la rappresentazione finale: le notizie del presente entrano nella memoria del passato. Vengono evocati i conflitti internazionali contemporanei, da Gaza a Kiev, al Sudan, il sovraffollamento carcerario, i drammi sociali italiani e non, fino al nome di Zoe Trinchera - pronunciato in una platea di coetanei della vittima e del suo assassino.


Chiude l’assessore alle Politiche giovanili di Nichelino, Fiodor Verzola: «Tenetevi stretti i vostri dubbi e difendete i vostri sogni». Il Comune ha portato circa 200 ragazzi, riconoscibili dalle magliette con il cap della città, investendo 25mila euro per calmierare i costi di partecipazione. Investimento, appunto: perché la convinzione condivisa è che, al ritorno, saranno loro a insegnare qualcosa agli adulti.
Da 21 anni il Treno continua a riempirsi. Forse la spiegazione è tutta qui: una settimana in cui storia e attualità si fondono senza propaganda, lontano dalla politica spiccia, liberi dalle frasi fatte. Un antidoto a bullismo, razzismo, machismo e indifferenza.

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