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Economia
02 Marzo 2026 - 07:00
Le operazioni militari condotte nel fine settimana da Stati Uniti e Israele contro l’Iran riaccendono i riflettori non solo sul piano geopolitico, ma anche su quello finanziario. Alla riapertura delle Borse, l’attenzione degli investitori si concentra soprattutto su petrolio, gas e stabilità delle rotte energetiche. Il nodo centrale? Lo Stretto di Hormuz, snodo vitale per il commercio mondiale di idrocarburi.
Secondo diversi analisti, il greggio esportato da Teheran – circa 1,6 milioni di barili al giorno – non rappresenta, da solo, un fattore destabilizzante. L’alleanza OPEC+ (che include Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati e Kuwait) ha già programmato per aprile un aumento produttivo di circa 206 mila barili al giorno.
Tuttavia, l’incremento appare modesto rispetto a una produzione complessiva superiore a 42 milioni di barili quotidiani. Il vero rischio non riguarda tanto la quantità disponibile, quanto la capacità di trasporto e distribuzione, oggi resa più fragile da sanzioni, tensioni militari e instabilità regionale.
Questo corridoio marittimo lungo circa 39 chilometri e largo tra i 33 e i 50 chilometri è uno dei passaggi più delicati del pianeta: qui transita oltre il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare e più del 30% del gas naturale liquefatto (GNL).
Più dell’80% dei flussi è diretto verso l’Asia. Solo l’Arabia Saudita vi convoglia circa 5,5 milioni di barili al giorno. Una chiusura trasformerebbe questo imbuto strategico in un blocco totale, sottraendo al mercato volumi enormi.
Parte dello stretto ricade nelle acque territoriali iraniane, e la possibilità di limitarne l’accesso – anche tramite mine – è da anni evocata da Teheran. Non sarebbe la prima volta che il traffico viene sospeso.
Dal 1979 l’Iran ha minacciato più volte di interrompere la navigazione nello stretto, specialmente durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988). Le tensioni si sono intensificate tra il 2018 e il 2022, con attacchi diretti o indiretti contro infrastrutture petrolifere nel Golfo.
Per ridurre la dipendenza da Hormuz, Riad e Abu Dhabi hanno investito in oleodotti terrestri:
L’Arabia Saudita collega il Golfo al Mar Rosso
Gli Emirati aggirano lo stretto verso l’Oceano Indiano
Tuttavia, la capacità alternativa è limitata a circa 2,6 milioni di barili al giorno, insufficiente a compensare un blocco totale.
Storicamente, una riduzione dell’1% dell’offerta globale può generare rincari intorno al 4%. Prima degli attacchi, il Brent oscillava sotto i 73 dollari al barile, già in forte rialzo rispetto ai 60 dollari di fine dicembre.
Negli scambi over-the-counter di domenica, il prezzo è balzato del 10%, toccando quota 80 dollari. Alcuni analisti ipotizzano un avvicinamento – o superamento – dei 100 dollari al barile in caso di interruzione prolungata dello stretto.
Il presidente Donald Trump ha dichiarato di non essere preoccupato per l’impatto energetico dell’operazione, sostenendo che gli effetti sui consumatori americani potrebbero essere più contenuti rispetto alle previsioni più pessimistiche. Tuttavia, ha ammesso che uno scenario negativo potrebbe generare un forte aumento dei prezzi.
Nonostante siano oggi il primo produttore mondiale di petrolio, gli Stati Uniti restano esposti agli shock dei mercati internazionali: il prezzo della benzina è una variabile politicamente molto sensibile.
L’Unione europea importa oggi meno greggio dal Golfo rispetto al passato, avendo diversificato verso Stati Uniti, Norvegia e Africa. Tuttavia, resta tra i principali acquirenti di GNL, e il Qatar – partner chiave – esporta via mare proprio attraverso Hormuz.
Per l’Italia, il Qatar copre circa il 45% delle importazioni marittime di gas. Un’impennata delle quotazioni si tradurrebbe in:
Carburanti più costosi
Bollette energetiche in aumento
Nuove pressioni sull’inflazione
Rallentamento della crescita economica
Un conflitto prolungato avrebbe effetti a catena sui mercati:
Maggiore volatilità
Calo della fiducia degli investitori
Pressioni su settori già fragili, come il credito privato legato al comparto tecnologico
In un contesto già segnato da incertezze geopolitiche e trasformazioni industriali, un’escalation energetica rappresenterebbe un ulteriore fattore di instabilità sistemica.
Il petrolio iraniano, preso isolatamente, non sembra sufficiente a destabilizzare l’equilibrio globale. Il vero punto critico resta la sicurezza delle rotte energetiche, in particolare lo Stretto di Hormuz.
Se il passaggio dovesse essere interrotto, le conseguenze si farebbero sentire rapidamente su prezzi, inflazione, mercati finanziari e crescita economica a livello mondiale.
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