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La storia
23 Settembre 2024 - 07:00
Il loro principale "oggetto di lavoro" erano gli assegni circolari: potevano arrivare fino a 50mila o 100mila euro. Il beneficiario originale veniva modificato, poi l'assegno passava di mano in mano e arrivava in banca. Lì, grazie alla disattenzione dei funzionari, si completava il piano: quel foglietto di carta si trasformava in soldi reali, che poi venivano trasferiti su diverse carte PostePay per complicare la vita a chi doveva tracciarne gli spostamenti.
Ecco come funzionava questo "Italian Job", dal nome della società cui è stato intestato uno degli assegni (e dal celebre film omonimo). Secondo l'accusa, la banda di falsari poteva contare su almeno 19 membri: tutti rinviati a giudizio a Torino con l'accusa di ricettazione e riciclaggio e difesi, tra gli altri, dagli avvocato Maurizio Pettiti e Fabrizio Bernardi. Nell'ultima udienza, qualche giorno fa, alcuni di loro hanno patteggiato pene fino a 2 anni e 3 mesi, con la sospensione condizionale o la conversione in lavori di pubblica utilità. Ma altri sono stati rinviati a giudizio e si ritroveranno a processo in primavera.
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La Procura ha ricostruito i ruoli dei presunti falsari, distinguendo tra i vertici della "lavanderia di denaro" e chi faceva il lavoro più sporco. Erano questi "galoppini", a quanto pare, a presentarsi agli sportelli bancari con gli assegni contraffatti in mano. E in cambio ottenevano della percentuale sulla somma incassata. Altri, invece, fornivano le carte prepagate da ricaricare con i fondi sottratti.
Nella trappola, stando a quanto emerso dalle indagini, il Banco di Napoli, che ha perso circa 200mila euro, e la Banca di Credito Cooperativo, "alleggerita" di 76mila euro. I due istituti si sono costituiti parte civile ma agli atti risultano assegni falsificati anche in altre banche, come Fideuram, Monte dei Paschi e Deutsche Bank. I falsari sarebbero passati anche dall'ufficio postale di via San Quintino, in pieno centro a Torino, e dalle filiali Unicredit di corso Francia e corso Sebastopoli. Che non sono caduti nella trappola, a differenza di molti altri: secondo la Procura, i proventi illeciti ammonterebbero a circa 300mila euro.
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