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Sarajevo

Le donne come «bersaglio preferito»: nel "safari umano" un presunto cecchino piemontese

Emergono nuove informazioni sull’assedio della città tra il 1992 e il 1996

Le donne come «bersaglio preferito»: nel "safari umano" un presunto cecchino piemontese

Si continua a lavorare nell’ambito della maxi inchiesta della Procura di Milano sui cosiddetti «safari umani» durante l’assedio di Sarajevo. Durante le ricostruzioni, è emerso il profilo di un presunto cecchino piemontese, oggi tra i 65 e i 70 anni, descritto come un grande appassionato di armi e da sempre cacciatore di selvaggina di grossa taglia. L’indagine, coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Alessandro Gobbis, con il supporto dei Ros dei carabinieri, punta a fare luce su un presunto «arruolamento» che avrebbe coinvolto decine di italiani partiti per la Bosnia negli anni della guerra.

Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, l’uomo - ex dipendente pubblico - avrebbe raccontato in più occasioni, durante momenti conviviali successivi a battute di caccia, di essere stato uno dei «cecchini del fine settimana» sulle colline attorno a Sarajevo tra il 1992 e il 1996. Avrebbe sostenuto di aver sparato contro civili durante il conflitto nella ex Jugoslavia, arrivando a indicare le donne come suo «bersaglio preferito», con frasi cariche di disprezzo.

Gli investigatori stanno verificando la credibilità di queste dichiarazioni, che sarebbero state rese davanti a più persone in contesti informali. Al momento non risultano provvedimenti cautelari nei suoi confronti, ma il suo profilo sarebbe al vaglio degli inquirenti nell’ambito di un fascicolo che ipotizza reati gravissimi. L’inchiesta milanese ha già portato all’iscrizione nel registro degli indagati di Giuseppe Vegnaduzzo, 80 anni, ex autotrasportatore residente in provincia di Pordenone, accusato di omicidio volontario continuato e aggravato.

L’uomo, interrogato, ha respinto ogni accusa, negando completamente di aver preso parte ai «safari umani». Secondo le ricostruzioni investigative, i presunti «turisti della guerra» avrebbero raggiunto Sarajevo nei fine settimana, pagando migliaia di euro per ottenere postazioni da cecchino in edifici elevati. Tra le testimonianze raccolte figura anche quella di Aleksandar Licanin, ex volontario serbo-bosniaco, che alla stampa estera ha descritto un clima di macabra esaltazione dopo le uccisioni, banchettando con carne e alcol. Si ipotizza che le vittime di questi «safari» siano in tutto oltre 11mila.

Nell’esposto presentato a Milano, emergono anche delle testimonianze di un ex membro dell’intelligence della Bosnia-Erzegovina, che racconta «soffiate» agghiaccianti: ai presunti tiratori veniva presentata una macabra scala di valore: «i bambini costavano di più, poi gli uomini (meglio in divisa e armati), le donne e infine i vecchi che si potevano uccidere gratis».

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