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Il caso
03 Febbraio 2026 - 11:14
Non sono nomi storici dell’antagonismo torinese quelli finiti in carcere dopo gli scontri di sabato. I tre giovani arrestati dalla Digos arrivano da percorsi diversi e, fino a quel giorno, non avevano precedenti né segnalazioni. Un cameriere ventiduenne della provincia di Grosseto, un trentacinquenne che lavora nelle fiere vendendo dolci ungheresi e un torinese di 31 anni con contratti saltuari. Tutti incensurati, tutti sconosciuti alle forze dell’ordine. Davanti agli inquirenti si sono definiti «bravi ragazzi» e hanno sostenuto di essere scesi in piazza per manifestare pacificamente contro le diseguaglianze sociali. Nessuno di loro rivendica un ruolo negli scontri, né una vicinanza strutturata al centro sociale Askatasuna. Una ricostruzione che però non convince la procura di Torino, che ha chiesto il carcere per tutti e tre. La decisione spetta ora al gip.
Angelo Francesco Simionato ha 22 anni e viene dalla provincia di Grosseto. È accusato di concorso in lesioni per l’aggressione all’agente del reparto mobile di Padova colpito mentre era a terra, senza casco. Nei filmati appare con il volto scoperto e un giubbino rosso, in mezzo al gruppo che accerchia il poliziotto. Non risulta che abbia sferrato colpi, ma per gli investigatori la sua presenza all’interno del gruppo è rilevante. Frequenta le scuole serali e lavora saltuariamente come cameriere. Secondo quanto emerso, gravitava in ambienti antagonisti a Pisa. I genitori, arrivati a Torino dopo l’arresto, lo difendono: «Non ha mai fatto male a nessuno». Entrambi partecipano a manifestazioni pacifiste.
Il secondo arrestato è Matteo Campaner, 35 anni, originario di Grugliasco. Lavoratore nelle fiere, è accusato di aver colpito gli agenti nel momento in cui veniva fermato. Sentito dal giudice, ha espresso solidarietà al poliziotto ferito e si è detto scioccato per la violenza vista in piazza. Ha negato legami con Askatasuna, spiegando di aver partecipato alla manifestazione per opporsi allo sgombero di quello che considera un luogo di socialità.
Il terzo è Pietro Desideri, 31 anni, torinese, con una serie di lavori precari alle spalle. Anche lui è accusato di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Ha negato di aver lanciato oggetti o preso parte agli scontri, dichiarandosi estraneo al mondo antagonista organizzato.
Nonostante le prese di distanza individuali, in serata Askatasuna ha diffuso un messaggio di solidarietà agli arrestati, chiedendone la liberazione. Un segnale che riporta il centro sociale al centro della vicenda, mentre proseguono le valutazioni giudiziarie sulle responsabilità individuali.
Nel frattempo l’Università di Torino prova a tornare alla normalità. Palazzo Nuovo è stato liberato dopo quattro giorni di occupazione e riaprirà agli studenti, ma i segni restano: scritte sui muri, telecamere imbrattate, ambienti da ripristinare. La conta dei danni è ancora in corso.
La rettrice Cristina Prandi ha chiesto alla comunità accademica una presa di posizione chiara contro la violenza. Un appello che però non ricompone le divisioni. Il post del sociologo Cristopher Cepernich ha reso esplicita una frattura latente, parlando di coperture culturali e di un’area grigia interna all’ateneo che, a suo avviso, sostiene l’orbita di Askatasuna.
C’è chi invoca una responsabilità morale dei docenti più vicini ai collettivi e chi, al contrario, respinge ogni accusa di connivenza. Anche tra gli studenti le posizioni sono diverse: la condanna delle violenze è diffusa, ma non unanime. Alcune liste sottolineano come le scene di sabato abbiano indebolito le ragioni della protesta.
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