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Il caso
09 Febbraio 2026 - 16:15
«Sono stato un prete, ma oggi ho scelto un’altra strada». Con queste parole Alberto Ravagnani, noto sui social come don Rava, annuncia pubblicamente l’abbandono del ministero sacerdotale. Lo fa attraverso un video pubblicato su YouTube, in cui spiega senza filtri le motivazioni personali e spirituali che lo hanno portato a questa decisione.
Nato a Brugherio nel 1993, ordinato sacerdote nel 2018, Ravagnani è diventato una figura di riferimento per molti giovani durante la pandemia, grazie a una comunicazione diretta e informale sui social. Ancora oggi mantiene un seguito numeroso: centinaia di migliaia di follower su Instagram, TikTok e YouTube, dove continua a presentarsi con il nome di don Alberto.
Nel video, Ravagnani ripercorre l’inizio del suo cammino: l’ingresso in seminario a 17 anni, dopo una conversione profonda. «Avevo paura di perdere amici, affetti, una ragazza che mi piaceva, ma sentivo che dovevo donare la mia vita a Dio», racconta. Gli anni di formazione scorrono senza dubbi: studio, preghiera e il desiderio di essere un prete “santo”, ispirato a figure come San Francesco d’Assisi e Don Bosco.
L’ordinazione, celebrata in un Duomo gremito, resta uno dei ricordi più intensi: «Ero convinto che sarebbe stato per sempre».
La prima esperienza pastorale è alla parrocchia di San Michele a Busto Arsizio, un periodo che Ravagnani definisce fondamentale per la sua crescita. Poi arriva il Covid, il lockdown e la svolta digitale: video, dirette, messaggi che diventano virali. Nasce così una community nazionale di giovani, la Fraternità, lontana dagli schemi tradizionali ma desiderosa di dialogo.
«Mi sentivo il prete più fortunato del mondo – spiega – perché vedevo una Chiesa capace di stare accanto alle nuove generazioni».
Il passaggio alla parrocchia di San Gottardo al Corso, a Milano, segna però un momento di svolta. Qui matura lentamente la decisione di lasciare. Non una scelta improvvisa, ma il risultato di un conflitto interiore crescente.
Tra i nodi principali, il celibato, vissuto come una regola che non riusciva più a rispettare con sincerità. «All’inizio pensavo fosse una mancanza di volontà, poi ho smesso di fingere», ammette.
A pesare sono anche le aspettative irrealistiche verso i preti, percepiti come figure perfette e irraggiungibili. Ravagnani parla di un’ipocrisia difficile da sostenere, oltre al disagio nel rappresentare un’istituzione con cui non si sentiva più in sintonia.
Critico anche il rapporto con la liturgia: «Celebrare la messa era diventato faticoso, un rito che non sentivo più capace di parlare alle persone». A questo si aggiungono dubbi dottrinali e una crescente distanza da certi ambienti ecclesiastici.
Nonostante l’addio al sacerdozio, Ravagnani chiarisce che la fede non è scomparsa. «Credo ancora, ma non completamente nella forma attuale della Chiesa», afferma. La società, secondo lui, è cambiata: la spiritualità oggi è più personale, libera e meno scontata.
La conclusione è netta: «Se essere prete significa questo, forse posso fare più bene non essendolo».
Niente più colletto, niente messa, ma la stessa attenzione alle persone e ai giovani. «Il mio cuore resta lo stesso – conclude – solo più libero e più vero».
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