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CRONACA GIUDIZIARIA
22 Febbraio 2026 - 07:30
Sarà l’avvocato torinese Cristian Scaramozzino ad assistere Alessia Pifferi nel giudizio davanti alla Cassazione. La donna è imputata per la morte della figlia Diana, vicenda di cronaca nera avvenuta a Milano nel luglio 2022 e seguita a lungo anche dalla stampa internazionale. In primo grado Pifferi è stata condannata all’ergastolo per omicidio volontario in forma omissiva aggravato. In appello la responsabilità è stata confermata ma, riconosciute le attenuanti generiche ed eliminata l’aggravante dei futili motivi, la pena è stata ridotta a 24 anni di reclusione. Ora il procedimento approda al terzo grado di giudizio. Il 14 luglio 2022, intorno alle 19, Pifferi uscì dall’abitazione di Ponte Lambro per raggiungere il compagno Angelo Mario D’Ambrosio a Leffe, assentandosi per sei giorni. Durante quel periodo la madre, Maria Assandri, la chiamò più volte: la donna sostenne di essere a casa e rifiutò videochiamate con la bambina, dicendo che stava dormendo. Il 17 luglio, durante un breve passaggio a Milano per lavoro dell’uomo, Pifferi non rientrò nell’appartamento dove viveva sola con la figlia di un anno e mezzo. Tornò soltanto il 20 luglio alle 11: trovò la bambina priva di vita nel lettino da campeggio, tentò di rianimarla, chiese aiuto a una vicina e chiamò i soccorsi. I sanitari constatarono il decesso, collocato tra le 24 e le 48 ore precedenti. In un primo momento parlò di una baby-sitter, senza fornire contatti e cambiando più volte versione. In questura emerse che la piccola era rimasta sola sei giorni senza cibo né acqua, salvo un biberon di latte e uno di tè. L’autopsia stabilì la morte per fame e disidratazione tra il 18 e il 20 luglio.

Durante l’interrogatorio Pifferi raccontò di trascorrere abitualmente i fine settimana dal compagno, lasciando la figlia sola con biberon e bottigliette. Non seppe spiegare perché quella volta l’assenza fosse durata sei giorni. Nelle valigie furono trovati oltre trenta abiti da sera, mentre in casa mancavano alimenti adeguati per una bambina. Fu arrestata con l’accusa di omicidio volontario pluriaggravato e trasferita nel carcere di San Vittore. Il dibattimento, iniziato nel marzo 2023, si è concentrato sulla capacità di intendere e di volere. La difesa sostenne un grave ritardo mentale; la perizia disposta dalla Corte concluse invece per la piena capacità dell’imputata al momento dei fatti. Durante il processo emersero anche indagini su presunti aiuti economici familiari, attività di prostituzione e rapporti personali, oltre all’ipotesi - esclusa dall’autopsia - della somministrazione di benzodiazepine alla bambina. Il 13 maggio 2024 arrivò la condanna all’ergastolo, poi ridotta in appello a 24 anni il 5 novembre 2025. Nelle 193 pagine di motivazioni i giudici hanno definito la vicenda di «eccezionale gravità», ma hanno ritenuto la pena rieducativa più adeguata dell’ergastolo, indicando anche “connotazioni soggettive” della quarantenne, tra cui incensuratezza, condizioni economico-sociali e marginalità. La Corte ha inoltre evidenziato gli effetti del “processo mediatico”, ritenuto capace di incidere sulla condotta processuale e sulla spontaneità di alcune testimonianze. In vista della Cassazione, Scaramozzino ha già presentato un’istanza per consentire a Pifferi di visitare la tomba della figlia, per ora respinta. «Dopo la lettura delle motivazioni ritengo necessari ulteriori accertamenti: ci sono diversi aspetti ancora da valutare», ha dichiarato il legale, noto per aver seguito procedimenti complessi, tra cui processi legati alla ’ndrangheta e la rivolta del carcere minorile Ferrante Aporti. «C’è molto da lavorare, quantomeno sulla qualificazione giuridica del fatto», ha aggiunto.
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