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IL COLLOQUIO

«Non me lo spiego». Il cardiochirurgo torinese sul bambino dal "cuore bruciato"

Un caso mediatico che è legata a Torino per diversi aspetti. Ecco perché

Domenico si è spento poco fa. Stanotte un arresto cardiaco
Una storia drammatica che supera i confini geografici di una città in lutto. Un caso diventato mediatico che ha portato tutto il Paese a sperare in un lieto fine che non è arrivato.
Quella del “bambino dal cuore bruciato” è una vicenda che ha toccato nel profondo, lasciando l’amaro in bocca e che è, per diversi aspetti, legata a Torino. Sì, perché anche la città sabauda ha avuto “un suo Domenico”: si chiamava Tito, e nel 2021, a soli 10 mesi, morì durante un intervento al polmone. Per sbaglio gli venne recise l’aorta, ma nessuno se ne accorse fino alla sua scomparsa, avvenuta dopo ore. Il perito del tribunale, ai tempi, lo definì una «disastrosa» catena di errori.
A meno di un anno dalla sentenza torinese (che ha sancito il risarcimento da un milione di euro alla famiglia di Tito), un’altra “catena” ha strappato via Domenico ai suoi cari.
«Ma com’è possibile?».

È la domanda che da giorni riecheggia ovunque. Domanda a cui anche il dottor Stefano Salizzoni, cardiochirurgo d’eccellenza dell’ospedale Molinette, non trova risposta. «Non me lo spiego», dice.
Il primo anello della catena di questa tragedia, è la decisione di utilizzare del ghiaccio secco per il mantenimento dell’organo trasportato da Bolzano a Napoli. «È una cosa che in 25 anni di carriera non ho mai visto e nemmeno pensato - prosegue Salizzoni -. È una cosa talmente assurda...». Quando un organo viene prelevato per il trapianto, come spiega il cardiochirurgo, prima di essere trasportato nella box termica con ghiaccio normale, viene inserito in tre sacchetti sterili affinché non entri mai in contatto con il ghiaccio. Cosa che invece è avvenuta con il cuoricino destinato a Domenico e che, una volta trapiantato lo ha “condannato” all’Ecmo.

«A quel punto - prosegue Salizzoni - eseguire un secondo trapianto sarebbe stata una follia». Le motivazioni di questa “corsa ai ripari” per il dottore sono chiari: l’indecisione di ri-trapiantare «arriva dalla spinta mediatica, perché dal punto di vista medico era folle, sia perché non avrebbe avuto esito positivo, e poi avrebbe tolto la possibilità a un altro piccolo donatore di ricevere un nuovo cuore». Tra i “no” dell’èquipe di consulenti anche il dottor Carlo Pace Napoleone di Torino.
La vicenda, però, non deve «creare sfiducia nella macchina dei trapianti o, ancora peggio, nella sanità pubblica. C’è ancora troppa poca informazione sull’importanza della donazione di organi. E se già un cuore non ha prezzo, avere un cuore pediatrico compatibile è davvero un dono immenso». E forse, è proprio questo quello che fa più rabbia: aver “bruciato” il raro dono e dunque l’occasione di Domenico.

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