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UNA STORIA STRAZIANTE

«Una fondazione in nome di mio figlio»

Domenico non c'è più. Sei persone sono indagate per omicidio colposo

«Una fondazione in nome di mio figlio»

Domenico non c’è più. Questa mattina, alle 5.30, un arresto cardiaco ha aggravato una situazione clinica già gravissima. Come concordato con la famiglia, non sono state effettuate manovre di rianimazione. Alle 9.20, nemmeno quattro ore dopo, il piccolo è morto. Aveva due anni: grandi occhi scuri, capelli castani, meno di dieci chili di peso. La sua storia aveva commosso l’intero Paese.

Le prime parole della mamma, Patrizia, sono state immediate, affidate a chi le è accanto: «Domenico non c’è più. Adesso farò una fondazione in sua memoria, perché nessuno lo dimentichi, per aiutare le vittime di colpa medica e i bambini che non possono essere sottoposti a operazioni di trapianto». Un proposito che nasce nel momento più difficile, mentre la casa e l’ospedale si riempiono di silenzio e incredulità. Domenico era affetto da una grave cardiomiopatia dilatativa, diagnosticata quando aveva appena quattro mesi. Da allora la vita della famiglia si era trasformata in un susseguirsi di controlli, ricoveri, attese. Nel dicembre 2025 era arrivata la notizia attesa da tempo: un cuore disponibile proveniente dall’Ospedale San Maurizio, a Bolzano, appartenuto a un altro bambino morto in seguito a un incidente. Il 22 dicembre la comunicazione ufficiale: il giorno successivo l’organo sarebbe stato trapiantato a Napoli, all’Ospedale Monaldi, a pochi giorni da Natale. La speranza prende forma proprio mentre tutto intorno si prepara alle feste. Quella che doveva essere una rinascita diventa invece un percorso lunghissimo e doloroso. Per 59 giorni Domenico resta collegato a un macchinario che lo tiene sospeso: non vivo, ma neppure il contrario, immobile in un tempo che per la famiglia smette di scorrere. Il 23 dicembre, alle quattro del mattino, i medici partono per Bolzano per l’espianto dal piccolo donatore del Trentino-Alto Adige. Dalle prime ricostruzioni emerge che il contenitore portato per il trasporto non sarebbe stato quello normalmente utilizzato in plastica, necessario al mantenimento della temperatura ottimale. Alle 10 l’espianto termina: sei ore è il limite massimo per consegnare l’organo al ricevente. Secondo le stesse ricostruzioni, i sanitari di Bolzano consegnano ai colleghi napoletani un proprio contenitore per il viaggio. Non è chiaro se fosse idoneo. Di certo il ghiaccio utilizzato sarebbe stato ghiaccio secco e non quello previsto dalle procedure: il cuore sarebbe stato mantenuto a meno 80 gradi anziché ai 4 raccomandati. Il trasferimento avviene in elicottero da Bolzano a Verona e poi in aereo fino a Napoli. Intanto, al Monaldi, i medici sono già in sala operatoria: alle 14.30 iniziano l’espianto del cuore malato del bambino, senza aver potuto verificare le condizioni dell’organo in arrivo. Il cuore viene trapiantato, ma ai genitori viene riferito soltanto che dopo l’intervento non «funziona come dovrebbe». Domenico non viene mai portato in terapia intensiva e le ore successive si trasformano in attesa. L’11 febbraio la Procura di Napoli apre un’inchiesta: sei persone vengono indagate per lesioni colpose. Oggi, le stesse, si vedono aggravare le accuse in omicidio colposo.

Secondo la ricostruzione, il cuore donato sarebbe arrivato ormai irrimediabilmente danneggiato. Due medici dell’équipe del trapianto e la direttrice del reparto di cardiochirurgia e trapianti vengono sospesi dal servizio e il caso assume rapidamente rilievo nazionale. La sera del 15 febbraio la madre lancia un appello pubblico: chiede aiuto per trovare un nuovo cuore compatibile, arrivando a rivolgersi anche al Papa. Nei giorni successivi riceve anche la telefonata della premier Giorgia Meloni.
Il 18 febbraio si apre una nuova possibilità: un secondo trapianto, con probabilità di riuscita del 10%, come spiegato dall’avvocato Petruzzi, e con un solo chirurgo disposto a operare il bambino.
La speranza però dura poche ore. In serata arriva la valutazione definitiva: le condizioni non permettono un nuovo intervento. «Il bimbo è in condizioni gravissime e non è in grado di sostenere un’operazione così», spiega Carlo Pace Napoleone, direttore della Struttura complessa di Cardiochirurgia pediatrica e cardiopatie congenite dell’Ospedale Regina Margherita, tra gli esperti dell’Heart Team chiamato a esprimersi sul caso. Poi l’ultima notte, la crisi cardiaca, la decisione condivisa di non procedere con rianimazioni e la morte poche ore dopo.
Oggi resta il dolore di una famiglia e la promessa della madre: trasformare la storia di Domenico in qualcosa che continui ad aiutare altri bambini.

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