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IL DRAMMA

L’ultimo sonno del piccolo Domenico, da 2 mesi attaccato a un macchinario

La famiglia ha scelto la Pianificazione condivisa delle cure: niente accanimento terapeutico. Non è una rinuncia. È una protezione. Difendere la dignità della fine di un’esistenza quando la medicina non può più difendere la vita

L’ultimo sonno del piccolo Domenico, da 2 mesi attaccato a un macchinario

Il piccolo Domenico dorme. Non è un sonno qualunque. È una sospensione.
Una tregua concessa dalla medicina a un corpo di due anni che pesa meno di dieci chili e da cinquantotto giorni “vive” e resiste attaccato a una macchina.
«Il bambino non soffre. È sedato, come in anestesia generale».

Lo ripete con cautela Antonio Corcione, capo dipartimento dell’area critica rianimazione dell’Ospedale Monaldi, dove Domenico è ricoverato dopo un trapianto che non è mai davvero cominciato.
Il cuore ricevuto il 23 dicembre non ha ripreso a battere.
Era stato conservato con ghiaccio secco. È arrivato. È stato impiantato. Ma non è ripartito.
Da allora l’Ecmo - la macchina che sostituisce cuore e polmoni - lo tiene in vita. Non lo cura: lo trattiene.
Come ponte che non porta da nessuna parte. «Con la famiglia abbiamo concordato di non accanirci con le terapie e di tutelare il paziente».
Se il cuore del piccolo Domenico si fermerà, non verranno eseguite manovre rianimatorie.
Per settimane l’Italia ha sperato nel secondo trapianto. Poi mercoledì la decisione dell’équipe nazionale: Domenico non è più operabile.
Troppo compromesso il quadro clinico.
Accanto al letto del piccolo c’è la madre. Gli parla. Gli tiene la mano.
Ha chiesto di essere avvisata anche di notte. Non vuole perdere neppure un respiro.
Tra i medici chiamati a esprimersi c’è Carlo Pace Napoleone, cardiochirurgo dell’Ospedale infantile Regina Margherita. La voce è spezzata.
«Su questa storia c’è stata forse troppa esposizione mediatica. Spero solo che le persone non perdano fiducia nel e credibilità nei trapianti».
Poi aggiunge, piano: «L’ho visto mercoledì. Le sue condizioni sono gravissime. Non c’è più nulla da fare». Per il cardiochirurgo è stata probabilmente la decisione è più difficile da quando sta in corsia. Dal 1997.
La famiglia ha scelto la Pianificazione condivisa delle cure: niente accanimento terapeutico.
Non è una rinuncia. È una protezione.
Difendere la dignità della fine di un’esistenza quando la medicina non può più difendere la vita.
Intanto fuori continuano televisioni, social, discussioni. Il bisogno umano di raccontare tutto, capire tutto, commentare tutto.
Ma ci sono storie che non chiedono opinioni. Il cuore non è stato ben conservato: ci sarà tempo per i processi. Nessuna sentenza restituirà un figlio a una madre.
Domenico sta per spegnersi.

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