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L'opinione

Quando la cultura diventa militanza: Alberto Mattioli e la nostalgia dell’egemonia perduta

Il caso di un critico culturale che si trasforma in sentinella ideologica

Quando la cultura diventa militanza: Alberto Mattioli e la nostalgia dell’egemonia perduta

Alberto Mattioli

Nel giornalismo italiano esiste una figura molto riconoscibile: il critico culturale che vede il fascismo anche dietro il sipario del teatro municipale. Una specie rara ma resistente, allevata per decenni nelle redazioni dei quotidiani storici e nutrita a editoriali sull’egemonia culturale. Tra questi esemplari spicca Alberto Mattioli, firma culturale de La Stampa, che da tempo sembra vivere in uno stato di vigilanza permanente: non contro il declino dell’editoria, non contro la crisi delle istituzioni culturali, ma contro il rischio — sempre imminente — che da qualche parte spunti un sovrintendente sospettosamente non progressista. È una missione. Quasi una vocazione. Leggere certi suoi interventi è un’esperienza interessante: si parte magari da un cartellone lirico o da una nomina museale e nel giro di tre paragrafi si arriva al pericolo autoritario. Un prodigio logico che meriterebbe uno studio accademico: la capacità di trovare il Duce tra una stagione teatrale e un comunicato ministeriale. Naturalmente il problema non è che un governo nomini qualcuno. I governi, per definizione, nominano.

Lo hanno fatto tutti, da sempre. Il punto è che oggi, per la prima volta dopo decenni, non nominano sempre le stesse persone o gli stessi ambienti culturaliEd ecco che la faccenda diventa improvvisamente gravissima. Perché nel racconto di una certa sinistra culturale italiana la cultura è sempre stata una sorta di proprietà morale esclusiva, custodita con zelo gramsciano dal dopoguerra in poi. Università, teatri, fondazioni, giornali: un ecosistema raffinato in cui per lavorare era spesso utile condividere un certo orientamento ideologico, essere amico degli amici  o quantomeno non disturbare troppo i custodi del tempio. Ora che quel sistema mostra qualche crepa, la reazione è quasi sempre la stessa: allarme democratico. Mattioli, da questo punto di vista, sembra incarnare perfettamente il ruolo del custode indignato. Nei suoi articoli ricorre spesso la stessa trama narrativa: la cultura sotto assedio, il governo sospetto, le nomine inquietanti, la barbarie alle porte. Il tutto raccontato con il tono compreso di chi difende una civiltà minacciata. Il dettaglio curioso è che questa civiltà coincide spesso con un ambiente molto preciso: quello delle istituzioni culturali frequentate da editorialisti, critici e commentatori che orbitano tra mostre, festival e prime teatrali, gente che piace alla gente che piace — il circuito elegante delle ZTL culturali italiane. Un mondo fasullo ma rispettabile, per carità. Ma che negli ultimi anni sembra avere scoperto con una certa sorpresa una cosa elementare: il paese reale non sempre vota come vota il foyer. E qui nasce lo sconcerto. 

Perché se per decenni la cultura è stata raccontata come terreno naturale della sinistra, oggi il semplice fatto che qualcuno contesti questa idea viene interpretato come una profanazione. Non una discussione, ma una minaccia. Da qui l’indignazione ciclica sugli ex giornali di Agnelli-Elkann. Nel frattempo succedono cose più concrete. Torino perde industria, i giornali vendono meno copie, i teatri faticano a riempirsi, e il pubblico della cultura cambia abitudini molto più velocemente delle polemiche editoriali. Ma la battaglia simbolica continua. Così Alberto Mattioli — come qualche altro collega impegnato nella stessa missione — resta di guardia davanti alle mura della cultura italiana, pronto a segnalare ogni movimento sospetto. Una nomina, una dichiarazione, una riforma. Sempre con lo stesso interrogativo implicito: come è possibile che il mondo non segua più lo schema a cui era abituato? È il destino di molte egemonie quando iniziano a vacillare: invece di interrogarsi su ciò che cambia, preferiscono denunciare ciò che le contraddice. E allora ogni stagione teatrale diventa un caso politico, ogni direttore un simbolo, ogni nomina una battaglia civile. Il risultato è una specie di teatro parallelo, dove il dramma non si svolge sul palcoscenico ma negli editoriali del giorno dopo. E in cui, puntualmente, il fantasma del fascismo entra in scena — anche quando lo spettacolo in cartellone è semplicemente un’opera di Verdi.

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