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Il caso
10 Aprile 2026 - 19:52
Prosegue al Tribunale di Milano l’inchiesta giudiziaria che vede coinvolto l’assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino, accusato dell’omicidio del 26enne Abderrahim Mansouri avvenuto la sera del 26 gennaio nel cosiddetto “boschetto della droga” di Rogoredo.
Nella giornata odierna si è svolto l’incidente probatorio davanti al pubblico ministero Giovanni Tarzia e al giudice per le indagini preliminari Domenico Santoro, con l’audizione di sei testimoni già ascoltati in fase investigativa. Tra questi figurano persone legate all’ambiente dello spaccio e consumatori di sostanze stupefacenti.
Cinturrino, in servizio presso il commissariato di via Mecenate a Milano, deve rispondere di un ampio quadro accusatorio che comprende non solo l’omicidio, ma anche contestazioni di estorsione, traffico di stupefacenti e presunti arresti illegittimi, per un totale di circa trenta capi di imputazione.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, durante un’operazione di controllo antidroga nell’area di Rogoredo, il poliziotto avrebbe esploso un colpo d’arma da fuoco alla testa del giovane Mansouri. La versione della difesa resta invece quella della legittima difesa, con l’agente che sostiene di aver reagito a una situazione di pericolo.
Prima dell’apertura delle testimonianze, i legali dell’imputato hanno comunicato al giudice di aver depositato una denuncia riguardante una presunta rete criminale attiva nella zona del boschetto, nella quale sarebbero coinvolti alcuni dei testimoni ascoltati in aula.
La difesa ha inoltre presentato un esposto per presunte false dichiarazioni rese agli inquirenti da parte di alcuni dei soggetti sentiti, mettendo così in discussione la loro attendibilità.
Dalle indagini emerge una versione dei fatti differente rispetto a quella inizialmente fornita dall’imputato. Gli inquirenti ritengono che l’arma rinvenuta accanto al corpo della vittima fosse in realtà una replica di una pistola Beretta, e che non sia stata utilizzata dal giovane durante l’episodio.
Secondo questa ricostruzione, Mansouri non era armato e non avrebbe minacciato gli agenti. L’arma sarebbe stata collocata successivamente sulla scena. Agli atti risulta anche la testimonianza di un collega del poliziotto, incaricato di recuperare una borsa contenente la replica dell’arma, poi ritrovata vicino al cadavere.
Alcuni agenti inizialmente avrebbero confermato la prima versione fornita da Cinturrino, salvo poi modificare le proprie dichiarazioni nel corso delle indagini.
L’episodio si inserisce nel più ampio scenario del cosiddetto “boschetto di Rogoredo”, area da anni al centro di operazioni antidroga e interventi delle forze dell’ordine. Il procedimento giudiziario si trova ora nella fase dell’incidente probatorio, utile a cristallizzare le testimonianze in vista del processo.
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