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Il caso
13 Aprile 2026 - 14:00
Nel caso dell’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco, un nuovo elemento torna al centro dell’attenzione: non esisterebbe soltanto la nota “traccia 33”, ma anche una seconda impronta individuata sulle pareti della scala della villetta.
Questa ulteriore traccia, rimasta finora in secondo piano, si troverebbe all’altezza del quinto o sesto gradino e presenterebbe caratteristiche simili alla prima. Tuttavia, secondo le analisi, non sarebbe collegata direttamente al momento dell’omicidio.
La riapertura dell’inchiesta vede indagato Andrea Sempio per concorso in omicidio, insieme ad Alberto Stasi o ad altri soggetti non ancora identificati. Al centro del dibattito investigativo c’è proprio la “impronta 33”, che una recente consulenza tecnica attribuirebbe a Sempio, rendendola potenzialmente rilevante per collocarlo sulla scena del crimine.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’aggressore avrebbe trascinato il corpo di Chiara Poggi lungo la scala, appoggiando la mano sulla parete e lasciando così la famosa traccia.
Già nel 2007, però, i rilievi fotografici avevano evidenziato un’altra impronta palmare, molto simile alla “33”, ma situata più in basso. Nonostante ciò, entrambe le tracce furono inizialmente escluse dalle analisi perché considerate non identificabili.
Un elemento importante riguarda il colore violaceo delle impronte: esso non indicherebbe necessariamente la presenza di sangue, ma sarebbe il risultato dell’uso della ninidrina, una sostanza chimica che reagisce con i residui organici della pelle, rendendo visibili le tracce latenti.
In passato, il colore della “traccia 33” è stato interpretato da alcuni come possibile segnale di materiale ematico, ma gli esami effettuati dal RIS avevano escluso la presenza di sangue.
Oggi, invece, emerge un’ipotesi alternativa: la ninidrina potrebbe aver alterato i risultati dei test. Tuttavia, le macchie più scure osservate potrebbero semplicemente indicare una maggiore concentrazione di residui biologici e non necessariamente sangue.
Un punto fermo stabilito durante il processo è che l’aggressore non sarebbe sceso lungo la scala: il corpo della vittima avrebbe continuato a scivolare autonomamente dopo essere stato spinto.
Questo dettaglio apre un interrogativo cruciale: se una delle impronte si trova al 5°/6° gradino e non può essere legata all’assassino, perché l’altra dovrebbe esserlo con certezza?
Nel campo della scienza forense, stabilire quando sia stata lasciata un’impronta è estremamente difficile. Le tracce possono rimanere su alcune superfici anche per anni, soprattutto in ambienti poco puliti o poco frequentati.
Nel caso della casa Poggi, le condizioni delle pareti suggeriscono che non fossero pulite con regolarità, aumentando la possibilità che alcune impronte fossero precedenti al delitto.
La presenza di una seconda impronta cambia la prospettiva: non basta stabilire a chi appartiene una traccia, ma è fondamentale comprenderne il significato nel contesto.
Il confronto tra consulenti, accusa e difesa sarà decisivo per chiarire il valore della “traccia 33”: potrebbe rappresentare una prova importante oppure un elemento interpretato in modo errato.
Per ora, una certezza c’è: nel caso di Garlasco, anche i dettagli più piccoli continuano a generare dubbi, domande e nuove ipotesi.
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