In queste ore la questura sta svuotando il Cpr, ossia quella struttura di corso Brunelleschi nata nel 1998 quando venne approvata la legge Turco-Napolitano che ha rappresentato uno dei punti di partenza della politica di immigrazione del nostro paese. Fu allora che nel popolarissimo quartiere di Pozzo Strada venne costruito il primo nucleo di questo complesso destinato ad ospitare stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione. Una storia brutta, che ha avvelenato la vita di chi ha avuto la sfortuna di abitare in quella zona e che ha vissuto travagli di ogni sorta, comprese rivolte, incendi, assalti anarchici, tentativi di suicidi, morti ed evasioni. Un clima velenoso dove la droga ha fatto la sua parte, insieme alla violenza. E, dulcis in fundo, pure meschine questioni economiche legate agli appalti. Una storia che si estingue, almeno per ora e che soprattutto pone un quesito: queste para-carceri, perché di fatto lo sono, hanno ancora motivo di esistere? E con quali regole, visto che quelle applicate fino ad ora pur nei diversi passaggi di nome da Cpt a Cie, fino all’attuale Cpr, sigla del Centro di permanenza per i rifugiati, non hanno funzionato a dovere per il vero scopo, trasformandosi di fatto in succursali delle galere? In corso Brunelleschi sono transitati poveri profughi senza documenti ma anche reclutatori di Al Qaeda, pseudo-terroristi e, ultimamente, soprattutto ladri, rapinatori e spacciatori. Tutti accomunati da un sogno: distruggere quelle mura che li rinchiudevano. E alla fine la verità è che hanno vinto loro e gli anarchici che, dall’esterno, ne fomentavano le rivolte. E ha perso chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza e l’operatività di una struttura che, piaccia o non piaccia, è prevista dal nostro ordinamento. Perché l’ultimo incendio, la scorsa notte, è stato quello decisivo: il Cpr chiude, almeno per ora, e tutti i suoi “ospiti” vengono trasferiti nelle altre strutture italiane ancora operative. Le fiamme, appiccate dai 34 extracomunitari che erano ancora rinchiusi in corso Brunelleschi, hanno dato il colpo di grazia. A bruciare sono stati i moduli dell’area verde, l’unica che non era stata danneggiata dagli altri roghi appiccati nelle scorse settimane. E ieri mattina, una volta spente le fiamme, prefettura e questura non hanno potuto fare altro che prendere atto della situazione: dei 180 posti disponibili sulla carta in una struttura di 3mila metri quadri, al momento ne potrebbero essere utilizzati meno di una decina. Gli altri sono andati letteralmente in fumo. E quindi, inevitabile, ecco il via allo sgombero definitivo, che dovrebbe essere completato entro oggi. Gli ospiti del Cpr in queste ore stanno lasciando Torino ma non torneranno in libertà: saranno trasferiti in altri Cpr, dove proseguirà l’iter per il loro rimpatrio. E in corso Brunelleschi cosa succederà? Al momento, l’unica cosa sicura è che erano già in corso i lavori per il ripristino delle altre aree. Ma se e quando riaprirà per ora non si sa. Una situazione difficile, che ovviamente non piace neanche a chi lì dentro ci deve lavorare. «Alla base delle continue tensioni - dice Pietro Di Lorenzo, segretario provinciale del sindacato di polizia Siap - c’è la tipologia stessa degli ospiti, pregiudicati, per reati gravissimi e nei cui confronti sono in atto le procedure per l’espulsione, e il dichiarato scopo, progettato e organizzato dalla galassia anarchica, di distruggere la struttura per guadagnare la liberazione». Un mix che «ha reso il servizio presso il Cpr tra i più pericolosi per il personale di polizia». È per questo che, secondo il Siap, sarebbe «necessario rivedere urgentemente le regole d’ingaggio, le norme che disciplinano la permanenza dei trattenuti presso il Cpr e incidere profondamente con investimenti, anche economici, per accelerare i tempi di identificazione e delle procedure di espulsione». claudio.neve@cronacaqui.it
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