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Il Borghese
14 Aprile 2026 - 05:50
Uno scontro mai visto prima, con questi toni almeno. Il presidente degli Stati Uniti contro il Papa. Perché dal Vaticano gli strali verso la Casa Bianca non sono mai mancati: nell’epoca moderna impossibile non ricordare Giovanni Paolo II a condannare la prima Guerra del Golfo e l’invasione del Kuwait, o attaccare pesantemente l’amministrazione Clinton per la pena di morte negli USA. Fu poi Francesco ad attaccare Trump stesso, per la “guerra” ai migranti: Francesco mise in campo la diplomazia vescovile per fare pressioni sulla Casa Bianca. Tensioni e frizioni vennero poi meno proprio a Pasqua, poco prima della morte del pontefice, con la visita in Vaticano di JD Vance, lui sì considerato ultracattolico - per quanto convertito.
Questi scontri sono riconducibili a una cosa sola: chi ha il ruolo di “guida morale” del mondo? Gli Stati Uniti da sempre rivendicano questa supremazia mondiale, al di là dello status di superpotenza. Il Vaticano vuole essere un soggetto politico, non solo religioso. In questo senso, Papa Prevost è la “risposta” - sappiamo bene che nella Cappella Sistina l’ultima voce in capitolo è quella dello Spirito Santo - a Trump: un americano con occhi nel Sud del Mondo, un antagonista ideale in uno scenario di poteri che si incontrano, si scontrano. Quindi, il presidente USA non va poi tanto distante dal vero...
Ma, come dicevamo, sono i modi. D’altra parte, Trump conduce così i rapporti con i Capi di Stato e il Papa, monarca assoluto, è anche questo. Paradossalmente, però, tutto questo ci ha fatto scoprire la fermezza di un pontefice che, in oltre un anno, non ha fatto molto per apparire o imporsi nel dibattito politico globale. Fino alla guerra in Iran. Se la voce di Francesco, così come il pensiero di Benedetto XVI, erano chiari fin dall’inizio, ora la Chiesa e i cattolici conoscono un po’ meglio il loro Papa. Magari sorprendendosi.
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