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Settimo Torinese, Leinì e molti altri: l'equivoco storico delle prime votazioni democratiche del dopoguerra

Dal 10 marzo al 7 aprile 1946 oltre 5.700 comuni al voto, da Settimo Torinese a Leinì

Le urne dimenticate del 1946: quando l'Italia tornò a votare nei comuni

A ottant'anni di distanza, la memoria italiana inciampa ancora in un errore storico ben radicato: l'idea che il primo contatto dei cittadini con la libertà dopo il fascismo sia avvenuto esclusivamente il 2 giugno 1946. In realtà, la vera prova generale della democrazia si celebrò tra il 10 marzo e il 7 aprile 1946, quando oltre 5.700 comuni andarono al voto per eleggere i propri sindaci e consigli. Fu una storia concreta di schede, cabine costruite in fretta e una partecipazione che trasformò i municipi nel primo, vero laboratorio politico del dopoguerra.

Prima della scelta epocale tra Monarchia e Repubblica, l’Italia testò la propria maturità civile proprio a livello locale. Il quadro normativo venne rifinito attraverso il decreto De Gasperi-Togliatti del febbraio 1945, che estese il voto alle donne, e il successivo decreto del marzo 1946 che ne garantì l'elettorato passivo. Quest'ultima integrazione arrivò in estrema urgenza, proprio mentre le prime sezioni elettorali cittadine si preparavano ad aprire i battenti.

In un Paese che faticava a rimettersi in moto, il calendario elettorale fu serratissimo. Nella sola zona del torinese e del canavese, decine di comuni si susseguirono alle urne in tre domeniche consecutive di marzo. Domenica 17 marzo 1946 votarono, tra gli altri, i cittadini di Settimo Torinese, Borgaro, Mazzè, Pont Canavese, Volpiano e Brusasco-Cavagnolo. Una settimana dopo, domenica 24 marzo, toccò a Balangero, Cafasse, Caselle, Castellamonte, Chivasso, Feletto, Foglizzo, Forno Canavese, Leinì, San Benigno Canavese, San Giorgio Canavese e Vische. Il 31 marzo si recarono alle urne gli elettori di Albiano d'Ivrea, Banchette, Druento, Germagnano, Lanzo, Lemie, Montaldo Dora, San Giusto Canavese, San Maurizio Canavese e Caluso.

La fragilità della rapida organizzazione dell'epoca fu spesso risolta dall'iniziativa privata, come accadde quando il falegname di Settimo Torinese Antonio Canova dovette costruire in tempi record ventotto cabine elettorali poiché il Comune ne era sprovvisto. L'entusiasmo della popolazione fu travolgente e l'affluenza raggiunse il 90% degli aventi diritto, segnando un distacco netto con il passato autoritario.

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