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Traffico di stupefacenti

Nichelino, la svolta choc della canapa light: “Così è diventata droga”

Secondo l’accusa, durante il 2020 l’attività avrebbe convertito una produzione formalmente lecita in un sistema illegale di lavorazione

Nichelino, la svolta choc della canapa light

Immagine di repertorio

È in corso davanti al Tribunale di Torino un processo per commercio di stupefacenti che riguarda i titolari di una società attiva fino al 2020 nel settore della canapa sativa. Secondo l’accusa, l’azienda, che operava nella produzione e nel commercio di cannabis light, avrebbe trasformato gli impianti usati per l’essiccazione e il confezionamento delle infiorescenze in un laboratorio destinato alla produzione di sostanze illegali.

L’indagine della guardia di finanza è partita dagli accertamenti contabili su un’altra società coinvolta in un’inchiesta per traffico illecito di rottami ferrosi e collegata, per rapporti commerciali, all’impresa finita poi sotto processo. Dalle verifiche, secondo quanto riferito in aula, sarebbe emersa un’anomalia nella gestione aziendale: risultavano numerose fatture di acquisto, ma mancavano corrispondenti fatture di vendita. A questo si sarebbero aggiunti consumi di energia elettrica molto elevati, ritenuti non coerenti con il volume d’affari dichiarato.

Gli investigatori hanno quindi approfondito l’attività della società, documentando alcuni presunti episodi di cessione della sostanza. Secondo la ricostruzione accusatoria, le consegne sarebbero avvenute nel parcheggio del centro commerciale Mondo Juve, a Nichelino, già nelle settimane precedenti al lockdown del 2020. In una delle operazioni osservate dagli investigatori, la sostanza sarebbe stata caricata su un’auto e il denaro contato all’interno dell’abitacolo. Un presunto destinatario della merce, descritto come cittadino albanese con precedenti per spaccio, venne fermato il 24 aprile 2020, in pieno periodo di restrizioni sanitarie.

Nel procedimento è emerso anche l’uso, da parte di alcuni imputati, di criptofonini per le comunicazioni, ritenuti dagli inquirenti uno strumento utile a ridurre il rischio di intercettazioni.

Il capannone della società fu posto sotto sequestro nel settembre 2020. All’interno, secondo quanto riferito da un militare in aula, sarebbero stati trovati locali divisi da tramezzi, con una zona destinata alla coltivazione e un’area per la preparazione del prodotto. Tra il materiale sequestrato figuravano frullatori, provette, contenitori con acidi, lampade specifiche e un resinatore, descritto come uno strumento impiegato per ottenere panetti di hashish dalla polvere di marijuana.

La merce sequestrata comprendeva polvere di cannabis, infiorescenze essiccate e tavolette. In base agli esami tossicologici, soltanto una parte del materiale sarebbe risultata conforme ai limiti previsti per la cannabis light, con una percentuale di Thc inferiore allo 0,5%. Secondo l’accusa, il quantitativo complessivo di sostanza irregolare avrebbe raggiunto i 40 chilogrammi.

L’inchiesta aveva inizialmente coinvolto otto persone. Quattro hanno scelto il patteggiamento già in udienza preliminare, mentre gli altri quattro imputati stanno affrontando il dibattimento e puntano a sostenere la propria estraneità ai fatti contestati.

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