Come da previsioni, l’
inchiesta madre - dalla procura subalpina - si sposta, a cascata, su
altre città, innescando bufere giudiziarie in tutto il Paese, che andranno presto a coinvolgere altre sei società: l’
Atalanta, il
Bologna, il
Cagliari, la
Sampdoria, il
Sassuolo, l’
Udinese. Nelle scorse ora il gruppo di magistrati del pool Economia della
procura di
Torino, guidato dall’aggiunto
Marco Gianoglio, ha trasmesso gli atti dei nuovi filoni di indagine relativi a presunti accordi segreti tra
Juve e
società terze, riguardo alla
compravendita e al
riacquisto di determinati
calciatori (accordi non depositati in Lega) alle procure delle città competenti:
Bergamo per l’
Atalanta,
Bologna e
Cagliari per le omonime società,
Genova per la
Sampdoria e
Modena per il
Sassuolo. Non appena i magistrati di queste procure riceveranno gli atti, scatterà in automatico - come atto dovuto - l’apertura di una indagine. Trema quindi tutto il mondo del
calcio in
Italia. Perché, come starebbe emergendo dagli accertamenti torinesi, la Juve, nell’ottica accusatoria, non avrebbe fatto “tutto da sola”. Avrebbe comprato, venduto e ripreso giocatori a prezzi forse gonfiati, senza iscrivere nei bilanci l’ammontare di tutti i passaggi. Alle conte finali poi, mancherebbero vari milioni di euro. Sarebbe emblematico il caso di
Merih Demiral (passato all’Atalanta), per cui la Juve si sarebbe impegnata a spendere 4 milioni di euro, ma facendo “traghettare” il calciatore al Sassuolo, per un certo periodo, perché in quel momento storico non avrebbe avuto la possibilità di acquisire ulteriori giocatori extracomunitari. Il Sassuolo sarebbe stato d’accordo a comprare il giocatore turco, per poi darlo alla Juve, che avrebbe espresso una “facoltà incondizionata di riacquisto”. Ci sarebbe, a riguardo, un problema sia di lealtà sportiva che di presunta alterazione dei bilanci perché le società non avrebbero dichiarato in maniera trasparente questo passaggio e il pagamento del calciatore, nei vari passaggi, non sarebbe stato - secondo i pm - contabilizzato nel modo dovuto, sui registri di bilancio. Ovviamente, si tratta soltanto, per ora, di ipotesi da verificare, come sostiene l’accusa. La Juve e le società che presumibilmente verranno indagate, hanno la presunzione di innocenza e avranno modo di difendersi da eventuali accuse nelle dovute sedi. La società bianconera, attraverso delle note diramate dal club in varie occasioni, ha più volte ribadito di avere operato «nella massima correttezza», senza «violare alcuna normativa». Intanto, a Torino c’è attesa per il processo che si aprirà, con l’udienza preliminare, il prossimo 27 marzo davanti al gup
Marco Picco. I pm
Mario Bendoni,
Ciro Santoriello e l’aggiunto
Marco Gianoglio contestano agli indagati - a partire dall’ex presidente
Andrea Agnelli - e alla stessa società il falso in bilancio relativamente ai bilanci dal 2019 al 2021. Alcuni azionisti della Juve hanno deciso di costituirsi parte civile con il
Codacons. È presumibile che già il prossimo 27 marzo le difese chiedano lo spostamento del processo a
Milano, perché, secondo loro, la competenza territoriale si dovrebbe spostare nella città dove c’è la
Borsa (Milano), visto che il reato più grave contestato agli indagati, tra tutti, è l’aggiotaggio. La procura invece ritiene che sia Torino la città dove i dirigenti bianconeri avrebbero ideato ogni presunto reato, aggiotaggio compreso. In ogni caso, i tempi si prevedono lunghi. Il gip potrebbe scegliere di non decidere e di rimandare la decisione alla Cassazione. Se venisse attuata quest’ultima possibilità, i tempi del processo si allungherebbero, perché notoriamente la Cassazione, per decidere, necessita di alcuni mesi. È possibile quindi che il processo possa subire, non appena partito, uno “stop” abbastanza lungo. Dai prossimi giorni, in ogni caso, Torino non sarà più l’unica città ad ospitare indagini stile
“Calciopoli”
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. Proprio come molti anni fa, l’inchiesta si estende - in maniera tentacolare - scatenando bufere giudiziarie multiple in tutto il Paese.