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Il fenomeno
31 Gennaio 2026 - 06:06
Tommy Emmanuel
Non ha studiato la chitarra, ha studiato i cantanti e gli autori di canzoni. Non sa leggere la musica, non fa i solfeggi, ma si è sempre affidato all’orecchio perché, spiega, «se Dio ci ha dato l’udito un motivo c’è». Ha iniziato con la chitarra elettrica ed è finito col diventare il re della chitarra acustica - nel suo palmares un Grammy Award più due nomination ai Grammy e due Aria Awards, l’equivalente australiano dei Grammy -. È il leggendario Tommy Emmanuel, considerato uno dei più grandi chitarristi acustici di tutti i tempi - è uno dei cinque Cgp, Certified Guitar Player, al mondo, titolo assegnatogli dal suo mentore, Chet Atkins, e proprio da questi creato per designare i chitarristi più influenti di sempre. Il fuoriclasse del fingerstyle, il geniale storyteller australiano che racconta storie senza usare le parole, è pronto a regalare al pubblico torinese «a great time», un bel momento. Lo farà dal palco del Teatro Alfieri dove lunedì 2 febbraio fa tappa il suo “Living in the Light Tour”.
Che cosa suonerà per regalare un «great time» agli spettatori?
«Suonerò le musiche del mio nuovo album, “Living in the Light” che ho registrato e mixato in soli quattro giorni con il produttore Vance Powell. Ma condividerò il palco con Alberto Lombardi, un musicista bravissimo, il pubblico lo apprezzerà molto».
Lei suona jazz, blues, folk e molto altro. Come nascono le sue canzoni? a chi si ispira?
«Io ascolto ogni tipo di musica. Prendo ispirazioni da tanti cantanti, da Taylor Swift, Billy Joel, Stevie Wonder, da chi mi fa sentire bene dentro, anche dagli uccellini che cantano».
Chi apprezza in particolare dei cantanti italiani?
«I Pooh, li ho incontrati una ventina di anni fa, sono fantastici (e inizia a intonare un loro brano, ndr.)».
Quale chitarra porta a Torino?
«La Maton. Io ho tre Maton, le porto sempre con me nei miei tour. Noi viaggiamo sempre in tre, tre Maton e tre uomini: io, il mio tecnico del suono e il mio tecnico delle luci».
C’è una sua canzone cui è particolarmente affezionato?
«Angelina, dedicata a mia figlia Angelina, e poi gli altri brani dedicati a Rachel e Amanda, le altre mie figlie».
Lei ha iniziato a suonare da piccolissimo.
«Sì, ho iniziato a quattro anni e a sei anni ero già professionista»
In che senso?
«Nel senso che mi pagavano per le mie esibizioni. Poco, ma mi pagavano».
A sett’anni come vede adesso il suo futuro?
«Per fortuna sono in buona salute e quindi continuerò a suonare, è la mia vita, adoro stare sul palco. A volte mi chiedono: ma è difficile lavorare nel business della musica? Io rispondo: non è il business della musica, è il business della felicità».
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