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Curiosità
03 Febbraio 2026 - 23:25
“Piemontèis fàuss e cortèis”. Un detto che a Torino e in Piemonte circola da secoli, spesso ripetuto con ironia – o con una certa sufficienza – da chi arriva da fuori. Un’espressione che, nel tempo, è diventata sinonimo di cortesia apparente, di gentilezza di facciata. Eppure, dietro quelle parole, non si nasconde alcun giudizio morale. Ma una disputa nata tra musicisti, lontano da qui, nella Francia del Seicento.
Una storia che riaffiora ciclicamente tra le quinte del Teatro Regio, dove la musica non è solo intrattenimento ma anche memoria. Ed è proprio lì che emerge un dettaglio decisivo: una piccola “e”, aggiunta nei secoli, che ha completamente stravolto il significato originario del detto.
Dalla Francia dei Re alla Torino dei Savoia
Per risalire all’origine dell’espressione bisogna tornare alla corte di Luigi XIV, il Re Sole, nella reggia di Versailles. Qui operava un prestigioso complesso di musicisti barocchi, noti come “Suonatori Cortesi”, celebri in tutta Europa per raffinatezza ed eccellenza artistica.
I Savoia, ospiti abituali delle serate parigine, rimasero colpiti da quel modello culturale e musicale. Tornati a Torino, decisero di replicarlo, istituendo un proprio gruppo di musici e attribuendo loro lo stesso nome: Suonatori Cortesi.
Una scelta che non fu accolta con entusiasmo dai colleghi francesi. Anzi. Tra i musicisti di Versailles nacque presto una reazione stizzita, che prese la forma di una frase polemica: i veri Suonatori Cortesi siamo noi, quelli piemontesi sono falsi Cortesi.
Il termine “falsi”, dunque, non aveva nulla a che fare con l’inganno o la doppiezza. Indicava semplicemente una non autenticità del titolo: una copia, non l’originale.
Col passare del tempo, il riferimento musicale si è perso. La tradizione orale ha fatto il resto. A un certo punto, qualcuno ha inserito una congiunzione tra quelle due parole: una “e” apparentemente innocua, ma decisiva.
Da “falsi cortesi” – ovvero non veri appartenenti ai Cortesi – si è passati a “falsi e cortesi”. Da una disputa artistica a un’etichetta identitaria. Da una rivalità tra musicisti a un giudizio sul carattere di un popolo.
Così, nei secoli, un’espressione nata nei saloni di Versailles ha finito per raccontare qualcosa che, in realtà, non è mai esistito. Se non nella forza – e nell’ambiguità – delle parole.
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