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Editoria in Italia

Abbandonare un libro non è più un tabù

Le letture interrotte diventano uno strumento prezioso per capire lettori, aspettative e strategie editoriali

Abbandonare un libro non è più un tabù

Per decenni, ammettere di aver lasciato un libro a metà era quasi un piccolo segreto imbarazzante. Terminare un testo, soprattutto se considerato un classico o un titolo di peso culturale, era percepito come un dovere implicito della lettura: un piccolo imperativo morale che non si poteva ignorare.

Oggi le cose stanno cambiando. Lasciare un libro incompiuto non è più motivo di vergogna: al contrario, è diventato un fenomeno aperto al dibattito. Sui social network e nelle community di lettori spopola l’acronimo #DNF – Did Not Finish – usato con naturalezza per indicare quei testi “mollati” prima dell’ultima pagina. Piattaforme come Goodreads hanno creato scaffali dedicati, mentre TikTok, Instagram e Reddit trasformano i libri abbandonati in argomenti di discussione e contenuti condivisi. Ciò che un tempo restava nascosto ora si racconta, si commenta, si mette in evidenza: un piccolo tabù culturale che lentamente svanisce.

A riflettere su questo cambiamento è Arantxa Mellado, consulente editoriale e fondatrice di DataLibri, esperta di distribuzione digitale, metadati e marketing editoriale. In un articolo sul suo blog Actualidad Editorial, Mellado propone una lettura diversa del fenomeno: l’abbandono della lettura, se osservato con attenzione, non è solo un segnale negativo, ma può diventare una preziosa fonte di informazioni sull’interazione tra libro, aspettative del lettore e esperienza effettiva.

Perché i libri restano incompiuti

Le motivazioni non sono nuove: ritmo lento, personaggi poco coinvolgenti, trame complesse, eccessiva lunghezza. Ma grazie alla maggiore visibilità dei commenti online, emerge un fattore decisivo per editori e autori: il disallineamento tra ciò che il libro promette e ciò che effettivamente offre. Copertina, descrizione o campagne promozionali possono suggerire una storia diversa da quella contenuta nel testo; quando la promessa non coincide con l’esperienza, aumentano le probabilità che la lettura si interrompa. Non è questione di qualità del libro, ma di coerenza tra proposta editoriale e pubblico.

Il fenomeno è particolarmente evidente nelle saghe e nelle serie, soprattutto nei generi young adult, fantasy e thriller, dove l’entusiasmo iniziale può calare prima della conclusione. Per le case editrici, questa dinamica diventa oggi visibile e commentata pubblicamente, influenzando decisioni editoriali e generando reazioni immediate da parte dei lettori più fedeli.

Letture interrotte come strumento di “intelligence editoriale”

Mellado invita a cambiare prospettiva: abbandonare un libro non è un fallimento, ma un’opportunità. Analizzando le motivazioni dei lettori, si possono individuare pattern ricorrenti, valutare rischi di acquisizione, comprendere l’efficacia delle campagne e affinare strategie editoriali. In altre parole, le letture interrotte diventano dati utili per orientare decisioni in un mercato competitivo, senza trasformare la mancata conclusione in giudizio di valore.

Con la diffusione della lettura digitale, questo approccio diventa più preciso. Le piattaforme registrano avanzamento della lettura, punti di abbandono e durata delle sessioni, offrendo strumenti preziosi per capire dove e perché un lettore smette. Il paradosso è che, mentre i dati esistono, restano per lo più all’interno degli ecosistemi tecnologici e poco condivisi con gli editori, utilizzati invece per alimentare algoritmi e suggerimenti.

In assenza di dati completi, l’editoria si affida a segnali indiretti: recensioni, commenti, valutazioni online. Queste tracce, se analizzate attentamente, rivelano le discrepanze tra promessa editoriale e lettura reale. Possono diventare veri e propri metadati, strumenti di posizionamento commerciale e di comunicazione, capaci di guidare scelte strategiche.

Il caso dell’Hawking Index

Un esempio noto di questo approccio è l’Hawking Index, ideato nel 2014 dal matematico e scrittore Jordan Ellenberg. L’idea era semplice: Kindle non rivela quanti lettori terminano un libro, ma mostra i passaggi più evidenziati dai lettori tramite la funzione Popular Highlights. Analizzando la distribuzione delle sottolineature, Ellenberg stimava il coinvolgimento reale: se le frasi più evidenziate erano concentrate all’inizio, probabilmente molti lettori si fermavano presto; se distribuite fino all’ultima parte del libro, la conclusione era più probabile. L’analisi dei bestseller estivi del 2014, tra cui Breve storia del tempo di Stephen Hawking, rivelò che titoli di enorme successo venivano spesso abbandonati molto presto.

L’indice non era scientificamente preciso: bastava che pochi lettori sottolineassero la parte finale per alzare artificialmente il tasso di completamento. Ma la lezione è chiara: esiste un divario tra copie vendute e lettura effettiva. Molti libri si acquistano per fama, appartenenza culturale o impulso, senza arrivare alla fine.

Abbandonare senza colpa

L’invito di Mellado non è a trasformare l’abbandono in un criterio di valutazione, né a rincorrere letture performative. Si tratta di riconoscere che la lettura interrotta è un fenomeno visibile, utile e in parte inevitabile. In un mondo editoriale caratterizzato da sovrapproduzione, attenzione frammentata e decisioni rapide, osservare questi segnali non significa temere l’abbandono: significa capirlo, interpretarlo e usarlo per costruire una relazione più consapevole tra libri e lettori.

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