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Analisi criminologica Bruzzone

Scontri a Torino, parla la criminologa Roberta Bruzzone

Bruzzone richiama il concetto di deindividuazione, processo in cui il singolo tende a ridurre la percezione dei limiti

A Torino la deindividuazione che cancella i limiti: violenza di gruppo, non protesta

Dopo gli scontri avvenuti a Torino durante il corteo legato ad Askatasuna, la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone ha pubblicato un intervento in cui interpreta quanto accaduto

Dopo gli scontri avvenuti a Torino durante il corteo legato ad Askatasuna, la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone ha pubblicato un intervento in cui interpreta quanto accaduto come effetto di un contesto sociale “esasprato” e di dinamiche tipiche della violenza di gruppo. Nel suo testo, Bruzzone richiama il concetto di deindividuazione, descrivendolo come un processo in cui, all’interno della folla, il singolo tende a ridurre la percezione dei limiti e a delegare la responsabilità al gruppo, con conseguenze quali riduzione dell’empatia e sospensione della responsabilità morale.

"…quello che è accaduto ieri sera a Torino è il prodotto tossico di un clima sociale esasperato, disorganizzato e profondamente regressivo.
Quando un gruppo perde il senso del limite, l’individuo smette di pensare, delega la propria responsabilità alla folla e si sente autorizzato a fare ciò che, da solo, non avrebbe mai osato.
È il meccanismo classico della deindividuazione:
annullamento dell’empatia
sospensione della responsabilità morale
legittimazione dell’aggressività come atto “politico” o “identitario”."

Secondo Bruzzone, in questo quadro la violenza non coincide con una forma di protesta, ma con una condotta definita come acting out, cioè una reazione impulsiva che cerca un bersaglio identificabile. Nella sua ricostruzione, quando l’obiettivo diventa chi svolge funzioni di ordine pubblico, si produce una frattura nel rapporto tra cittadini e istituzioni, con un rischio di escalation.

"In questo contesto, la violenza non è protesta.
È acting out, è scarica pulsionale, è bisogno di nemico.
E quando il nemico diventa chi garantisce l’ordine pubblico, il patto sociale è già saltato.

Il caso dell’agente Alessandro Calista, 29 anni, una moglie, un figlio, massacrato a colpi di martello mentre svolgeva il suo servizio, è emblematico.
Non è “incidente”.
Non è “eccesso”.
È violenza organizzata e simbolicamente mirata."

Il riferimento principale dell’intervento è l’aggressione subita dall’agente Alessandro Calista, 29 anni, colpito durante i disordini mentre era in servizio. Bruzzone contesta l’idea che si tratti di un “incidente” o di un “eccesso”, e parla invece di violenza intenzionale e mirata, attribuendo agli autori la scelta di usare la folla come copertura per condotte criminali. Calista risulta ferito e ricoverato dopo essere stato colpito anche con un martello durante gli scontri.

"Qui non siamo di fronte al “diritto di manifestare”.
Siamo di fronte a soggetti che usano la folla come scudo per legittimare comportamenti criminali.
Soggetti che vanno gestiti con il massimo rigore e la massima severità, perché non rispondono al linguaggio del confronto, ma solo a quello del limite.

In una città come Torino, cuore storico, culturale e istituzionale del Paese, queste scene sono intollerabili.
Uno Stato che vuole dirsi civile non può normalizzare la violenza, non può giustificarla, non può minimizzarla.
La tolleranza verso chi agisce così non è democrazia.
È resa culturale.

E ogni volta che si abbassa l’asticella, il prezzo lo pagano inermi, inermi in divisa, inermi per strada.
Questo non è dissenso.
È deriva.
E come tutte le derive, va contenuta con fermezza, prima che diventi sistema."

Sul piano delle misure da adottare, Bruzzone sostiene la necessità di risposte improntate a rigore e severità, ritenendo insufficiente il solo “confronto” con chi, a suo avviso, non riconosce regole e limiti. Il testo si chiude con un messaggio di sostegno alle forze dell’ordine, descritte come esposte a contesti operativi complessi e ad alta tensione.

"Massima, totale e incondizionata solidarietà a tutte le donne e a tutti gli uomini delle Forze dell’Ordine.

Persone che ogni giorno, con coraggio e devozione, presidiano territori difficili, fronteggiano contesti ad altissima tensione emotiva, lavorano in condizioni spesso critiche e con risorse limitate, mettendo a rischio la propria incolumità per tutelare la sicurezza di tutti.

Chi indossa una divisa ha una famiglia, affetti, figli, una vita che continua anche dopo il turno di servizio.
Eppure è chiamato a reggere l’urto di una società sempre più aggressiva, spesso ingrata, talvolta apertamente ostile.

Colpire un operatore delle Forze dell’Ordine non è un atto simbolico:
è un attacco diretto allo Stato, alle regole condivise, alla possibilità stessa di convivere civilmente.

Difendere chi garantisce l’ordine pubblico non è schierarsi politicamente.
È difendere il perimetro minimo di civiltà senza il quale resta solo la legge del più violento.

A chi ogni giorno svolge questo lavoro tra mille difficoltà e sacrifici va detto forte e chiaro:
non siete soli.
E uno Stato degno di questo nome ha il dovere di dimostrarlo con i fatti, non solo con le parole."

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