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01 Febbraio 2026 - 09:51
La risposta dello Stato agli scontri che hanno attraversato Torino arriva il mattino dopo, lontano dalle barricate e dalle strade segnate dalla violenza. È all’ospedale Molinette, tra i corridoi del pronto soccorso e i reparti dove sono ricoverati ben 26 dei 103 feriti, la maggior parte agenti, che si consuma uno dei momenti più densi di significato istituzionale della giornata. Qui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni effettua una visita rapida ma molto significativa, accolta dal presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio.
«È stata una visita molto apprezzata – racconta Cirio – non solo dai ragazzi feriti, ma dalle istituzioni e da tutto il Piemonte». Un gesto che il governatore legge come una testimonianza concreta della presenza dello Stato, in una città ferita da ore di scontri e tensioni. «La presenza in persona del presidente del Consiglio – sottolinea – dice chiaramente da che parte sta il bene: dalla parte di una divisa, dalla parte di chi garantisce la sicurezza».
Cirio non nasconde l’amarezza per quanto accaduto il giorno prima. Torino, ricorda, «è la città dove è nata l’Italia» e allo stesso tempo una città che «ha sempre saputo difendere le libertà». Proprio per questo, aggiunge, le violenze di ieri appaiono
ancora più gravi. «Askatasuna – afferma – non è libertà, ma privazione della libertà, violazione della legalità e dei principi costituzionali. È qualcosa di incompatibile con la vita di una comunità democratica».
Durante la visita, Meloni ha voluto parlare direttamente con gli agenti feriti e con l’equipe medica, informandosi sulle condizioni cliniche e sull’evoluzione dei ricoveri. «Ha espresso rispetto e apprezzamento – spiega Cirio – ed è stata una presenza non solo istituzionale, ma anche umana». In particolare, il governatore richiama l’immagine di due poliziotti ricoverati nello stesso reparto: uno è l’agente visto a terra durante gli scontri, l’altro il collega che lo ha protetto con lo scudo. «Ieri erano insieme in piazza, oggi sono insieme in ospedale. È un’immagine che resterà».
Piena solidarietà della premier anche alla Città di Torino: «Le istituzioni, a ogni livello, sono salde, compatte e unite nel condannare senza esitazioni ogni forma di violenza e nel ribadire il rispetto dei principi di legalità e convivenza civile», ribadisce il sindaco Stefano Lo Russo, in una nota successiva alla breve telefonata intercorsa tra i due dopo la visita alle Molinette. «Ho confermato anche a lei che la Città si costituirà parte civile», aggiunge.
Il bilancio sanitario parla di 103 persone soccorse attraverso il sistema regionale, a cui si aggiungono feriti che non si sono rivolti agli ospedali o recati autonomamente, senza passare dal pronto intervento. Numeri che, per Cirio, raccontano la premeditazione e l’organizzazione della violenza, ben oltre la dimensione di una protesta.
La giornata prosegue con una fitta rete di contatti istituzionali: il videocollegamento con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, i confronti con il ministro della Difesa Guido Crosetto - in visita al comando provinciale carabinieri di Torino -, che ha voluto incontrare alcuni militari che sono stati coinvolti negli scontri della manifestazione di ieri, esprimendo sentita vicinanza, e con il vicepremier Antonio Tajani. «È un momento in cui lo Stato deve far sentire che c’è – conclude Cirio – senza se e senza ma. Quello che è successo ieri a Torino non è tollerabile né giustificabile. Ed è grave che non venga condannato da tutti in modo chiaro e inequivocabile».

La denuncia del sindacato di polizia: chi copre è responsabile
A intervenire anche Antonio Gurgigno, consigliere nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap), che definisce quanto accaduto «violenza pura» e mette in guardia dal rischio di minimizzare. «Non è folklore, non è protesta, non è dissenso – afferma –. È violenza che lascia segni profondi non solo sui corpi, ma sul senso stesso delle regole».
Secondo Gurgigno, la responsabilità non riguarda soltanto le frange violente dei centri sociali, ma anche «chi si definisce manifestante pacifico e sceglie comunque di partecipare a cortei che solidarizzano con Askatasuna», contribuendo a creare un contesto di copertura e ambiguità. Un passaggio che chiama in causa anche la politica cittadina: «Quando si condividono percorsi con realtà che praticano la violenza – osserva – poi diventa difficile presentarsi a portare solidarietà alle forze dell’ordine senza affrontare una contraddizione evidente».
«Quando vengono colpite le forze dell’ordine – prosegue il rappresentante del SAP – viene colpito qualcosa di molto più grande: lo Stato. Uomini e donne in divisa non sono simboli astratti, ma persone reali, con famiglie, turni infiniti e responsabilità enormi». Da qui la richiesta di risposte concrete: «Servono leggi più severe, pene realmente deterrenti e tutele adeguate per chi ogni giorno è chiamato a gestire tensioni e scontri».
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