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il processo

Camionista si suicida a 59 anni per lo stress: verso l'abbreviato i capi che lo vessavano

Ci sono due indagati per omicidio colposo, mentre l'azienda ha già risarcito la famiglia dell'autista

Camionista si suicida a 59 anni per lo stress: verso l'abbreviato i capi che lo vessavano

Camionista si suicida a 59 anni per lo stress: verso l'abbreviato i capi che lo vessavano

Si era suicidato tre anni fa, gettandosi dalla finestra della sua casa a Torino. Renato Fesce aveva 59 anni e lavorava per l’azienda Af Logistics operando presso il sito deposito Carrefour di Rivalta, dove faceva il camionista. Turni massacranti, superiori alle 14 ore giornaliere e alle 50 ore settimanali, con atteggiamenti vessatori da parte dei suoi superiori. Dopo la sua morte, l'amministratore delegato dell'azienda di Lodi per cui Fesce prestava servizio e il dipendente preposto a controllarlo nell'area del sito, sono finiti sotto indagine, accusati di omicidio colposo. Mercoledì scorso si è tenuta l’udienza preliminare in tribunale a Torino davanti alla gip Rosanna Croce (udienza rinviata al prossimo 20 aprile) e i due indagati sceglieranno il rito abbreviato.

Il sindacato Si Cobas, nel processo, ha deciso di costituirsi parte civile. «Lo facciamo a difesa dell'interesse di un lavoratore vessato e come segnale di solidarietà per tutti i lavoratori contro lo sfruttamento e l’oppressione», ha dichiarato Daniele Mallamaci del sindacato Si Cobas. Nella causa, il sindacato è assistito dall’avvocato Emanuele D’Amico. Mentre per quanto riguarda i famigliari di Renato Fesce, nello specifico la moglie e il figlio del camionista, c’è stato il risarcimento da parte dell’azienda. Risarcimento di cui non si conosce l’entità, in quanto le parti hanno firmato un accordo di riservatezza che vieta di rivelare la cifra. A seguito dei soldi ricevuti, la famiglia di Renato Fesce ha ritirato l’esposto che era stato presentato nei confronti dell’azienda subito dopo la tragica morte del 59enne camionista.

Ed era stato proprio quell’esposto a far partire l’indagine dell’allora procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo. Indagine poi ereditata dalla pm Rossella Salvati. Orari di lavoro impossibili, richieste sempre più pressanti, riposi pressoché inesistenti. Questa era la quotidianità lavorativa di Renato Fesce che, una volta, era stato preso a schiaffi davanti ai colleghi dal datore di lavoro quando aveva chiesto di alleggerire i turni. «Era una persona troppo buona - lo ricorda un collega - e non aveva mai denunciato né quei turni da schiavo, né gli atteggiamenti vessatori. Mi diceva che non ce la faceva più, e lo diceva anche alla moglie. “Vai a denunciare”, gli avevo consigliato». Renato, però, aveva risposto: «No, altrimenti rischio di perdere il posto». E a inizio 2023, il suicidio, dalla finestra di casa, a causa dell’eccessivo stress causato dal lavoro.

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