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Il caso

Un altro morto in cella alle Vallette, e spunta anche il Fentanyl

Aggressioni e carenza di personale mettono a rischio gli agenti: «Il personale è numericamente insufficiente e spesso privo di adeguato coordinamento», denuncia Leo Beneduci (Osapp)

Un altro morto in cella alle Vallette, e spunta anche il Fentanyl

Il carcere delle Vallette di Torino

Un uomo di 51 anni detenuto nel carcere Lorusso e Cutugno è stato trovato senza vita nella propria cella nella serata del 25 marzo. Un caso che affronta il tema, sempre più diffuso, della presenza di sostanze stupefacenti negli istituti penitenziari e delle conseguenze che questa comporta, sia sul piano sanitario sia su quello della sicurezza interna. Il detenuto, italiano, stava scontando una pena con fine prevista nel 2030 per reati di furto, rapina e ricettazione. Accanto al corpo è stato individuato un dispositivo artigianale utilizzato per generare calore, una sorta di “stufa”, in modo da inalare le sostanze. Tra le ipotesi prese in considerazione dagli inquirenti c’è quella di un decesso collegato all’uso di droga, in particolare crack, anche se saranno gli accertamenti in corso a stabilire con precisione le cause.

Secondo quanto segnalato dall’Osapp, l’episodio è solo l’ennesimo di una lunga serie. Nei giorni precedenti, una detenuta sarebbe risultata positiva a sostanze riconducibili al Fentanyl, un potente oppioide sintetico, nato come farmaco analgesico e anestetico, ma diventato oggi una delle sostanze stupefacenti più pericolose al mondo, spesso definita “droga degli zombie” a causa dei suoi effetti sul corpo. Allo stesso tempo continuano a verificarsi tentativi di introduzione illegale di materiali e stupefacenti dall’esterno, spesso attraverso lanci oltre il perimetro del carcere. Insomma, un contesto che sta affrontando vicende sempre più complesse e che già da settimana scorsa viveva in un clima non estremo: infatti nella serata di lunedì 16 marzo, Bernardo Pace, 62 anni, si è tolto la vita nella sua cella.

L’uomo, noto come “Tino di Trapani”, era detenuto dopo una condanna a oltre 14 anni nell’ambito del processo Hydra della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Successivamente si era scoperto che Pace era malato di cancro e aveva deciso di collaborare con la giustizia poco prima di morire. «Ho chiesto di potervi incontrare perché è mia intenzione collaborare con la giustizia - aveva dichiarato Bernardo Pace il 19 febbraio, un mese dopo la condanna a 14 anni e 4 mesi, durante l’interrogatorio davanti al suo avvocato Lisa De Furia e ai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane - Voglio intraprendere un nuovo percorso di vita e assicurare ai miei figli e ai miei nipoti una vita lontano dal carcere e dalla mafia».

La tensione all’interno dell’istituto non è legata solo alla diffusione di droga. Sempre il 25 marzo, nel padiglione B - area già indicata come problematica - si è verificato un episodio di violenza nei confronti del personale: un detenuto si è opposto al rientro in cella e ha aggredito un ispettore. L’agente è riuscito a contenere la situazione, ma è stato successivamente accompagnato al pronto soccorso dell’Ospedale Maria Vittoria per le cure del caso. «Da tempo denunciamo gravi difficoltà gestionali, in particolare nel padiglione B», ha dichiarato il segretario generale dell’Osapp, Leo Beneduci. «Il personale è numericamente insufficiente, soprattutto nei turni pomeridiani, e spesso privo di adeguato coordinamento. I nuovi agenti si trovano a operare in condizioni estremamente complesse». Alla luce di questi eventi, il sindacato torna a chiedere interventi urgenti. «Ci auguriamo che qualcuno intervenga prima che accada qualcosa di irreparabile», conclude Beneduci.

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