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L'intervista

Gli ingegneri civili sono “fuori moda”, solo 45 all’anno: «Ma chi costruisce?»

L’appello di Giuseppe Ferro: «Oggi al PoliTo solo l’1% sono civili, a rischio le infrastrutture del futuro»

Gli ingegneri civili sono “fuori moda”, solo 45 all’anno: «Ma chi costruisce?»

Da città del mattone, a capitale della meccanica, infine, oggi, centro italiano dell’Intelligenza Artificiale (con l’innovativo centro presso le Org, AI4Industry). A Torino del vecchio ingegnere che, con caschetto giallo e la pergamena del progetto sotto il braccio, si recava in cantiere per visure o carotaggi, oggi resta poco e niente. Il futuro, del resto, guarda al virtuale, l’intelligenza artificiale, la biomedica, l’ingegneria elettronica, che offre prospettive professionali più redditizie. Sì, ma chi costruisce? Se lo chiede da tempo Giuseppe Ferro, presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Torino.

Presidente, c’è scarsezza di professionisti?

«Assolutamente sì. Ricevo almeno venti telefonate al giorno di studi e altri soggetti che cercano professionisti civili, ma oggi solo l’1 per cento dei neolaureati in Ingegneria del Politecnico di Torino diventa un ingegnere civile. Su 4.500 matricole, solo 45».

Sono numeri inquietanti. Come mai?

«Beh, si è passati dalla città del costruito. All’industria. Al virtuale. Oggi va molto questo. Ma non ci si sta accorgendo che ci sono necessità importanti».

Ovvero?

«Per esempio ci sono tante infrastrutture che hanno bisogno di essere sostituite o stanno per nascere. Come la seconda linea della metropolitana che sta nascendo. E che sarà fondamentale per la città, ma di questo passo, chi la fa?».

Una domanda retorica immagino. Ma qual è il problema?

«È un corso di laurea più duro rispetto agli altri e meno ben pagato. Ma il tema è soprattutto di gestione attuale, bisognerebbe mettere mano al codice degli appalti».

In che modo?

«È troppo lungo e mira solo al risparmio. Troppo spesso i lavori vengono assegnati con eccessivi ribassi. Al 55 per cento, o anche all’80 per cento. Bisogna tornare a pagare in modo corretto i professionisti».

Cos’è che servirebbe?

«Maggior responsabilità da parte delle commissioni. Coraggio di metterci la faccia. E scegliere il miglior progetto qualitativamente. Non quello più economico».

Quindi l’impulso deve arrivare dal pubblico?

«Sì, decisamente. E poi bisogna incentivare la stabilizzazione dei giovani. Loro vivono un futuro di paure, avere un po’ di stabilità è quello che li fa stare in salute. I civili sono quasi sempre a partita iva. Impensabile che un ingegnere che ha fatto carriera lunga e impegnativa venga equiparata a figura amministrativa normale. È una battaglia che dovremmo continuare».

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