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Il caso

Trump attacca Leone, e Torino difende: «Parla di pace, non di potere»

Dalle parrocchie torinesi sostegno compatto a Papa Leone XIV dopo le parole di Donald Trump. «Non è una pedina: richiama alla coscienza del mondo alla pace»

Trump contro Papa Leone: “È debole e pessimo sulla politica estera”

Nelle parrocchie torinesi e della provincia, il tono è netto, quasi unanime: quando il Papa parla di pace, non fa politica, fa il suo mestiere.

E le parole arrivate dagli Stati Uniti d'America contro Papa Leone XIV hanno trovato ferma e irremovibile condanna.

A innescare il caso sono state le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, affidate al suo social Truth, poco più di 48 ore fa: parole dure, definite da più parti “al vetriolo”, dirette e dal tono grezzo, cui Trump ha abituato, e che non risparmiano neppure il pontefice, al secolo Robert Francis Prevost, primo Papa statunitense della storia.

«Debole e pessimo in politica estera. Senza di me non sarebbe Papa. Dovrebbe darsi una regolate», le parole di Trump, rinforzate dall'ultracattolico suo vice JD Vance, che invitano Prevost a rimanere in sacrestia, sottolineando che il Vaticano deve attenersi alle questioni morali.

Oltraggiato dell'offesa, l'arcivescovo torinese Roberto Repole non ha indugiato a definire le dichiarazioni Usa «arroganti, e di una volgarità senza precedenti. Inquietante il linguaggio intimidatorio», ha affermato.

Il Santo Padre ha scelto una linea diversa, senza alimentare lo scontro: «Parlo del Vangelo», ha detto durante un incontro con i giornalisti, in volo verso Algeri, ribadendo: «Continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra». Ma sottolineando che: «Il cuore di Dio non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi».

Un approccio che, a Torino, trova pieno sostegno. «Il Papa fa il suo servizio - spiega don Paolo Fini, della parrocchia Gran Madre di Dio - essendo successore di Pietro può solo richiamare alla pace e alla concordia». Poi il riferimento, nemmeno troppo velato, alla politica americana: «Chi governa ha altre priorità, spesso economiche, e il risultato è che siamo in guerra». Secondo il sacerdote, c'è anche un equivoco di fondo: «Pensare al Papa come a un capo di Stato, una pedina da usare, è sbagliato. Il Santo Padre, invece, non è ricattabile. Difende valori». E proprio questo, aggiunge, potrebbe essere il punto di attrito: «La pace disarmata e disarmante dà fastidio, perché va contro tanti interessi».

Sulla stessa linea anche don Massimo Ricca Sissoldo, già vicario alla Curia di Ivrea, che parla apertamente di una reazione dei fedeli: «Il sentimento è che si sia andati fuori dalle righe. È una mancanza di rispetto nei confronti del Santo Padre. La gente è colpita».

Più diretto don Antonio Parisi, di Rivarolo Canavese, che non usa mezzi termini sull'uscita di Trump: «Sono esternazioni fuori dalla dialettica politica. Si parla perché si ha la lingua in bocca». Poi una battuta che sa di oratorio: «È come un ragazzino che parla prima di pensare. Solo che lì dici “crescerà”… qui non resta che augurarselo». Il sacerdote respinge anche ogni ambiguità sul ruolo del pontefice: «Cosa avrebbe dovuto fare? Benedire i missili o le violazioni dei diritti umani?», domanda in tono retorico.

Intanto, dal Vaticano, le parole di Leone XIV non mostrano arretramenti: «La pace non si costruisce con l'arroganza né con le minacce», ricordando che chi ha responsabilità pubbliche «deve unire, non dividere». Un richiamo alla coscienza, più che una risposta politica.

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