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il processo

Camionista suicida per lo stress: «Non denunciava». Abbreviato per i capi che lo vessavano

Renato Fesce si è tolto la vita a marzo 2023 gettandosi dalla finestra. Due a processo per omicidio colposo

Il presidio del sindacato Si Cobas fuori dal Palagiustizia

Il presidio del sindacato Si Cobas fuori dal Palagiustizia

Si era suicidato tre anni fa, il 13 marzo 2023, gettandosi dalla finestra della sua casa. Renato Fesce aveva 59 anni e lavorava per l’azienda Af Logistics operando presso il sito deposito Carrefour di Rivalta, dove faceva il camionista. Turni massacranti, superiori alle 14 ore giornaliere e alle 50 ore settimanali, con atteggiamenti vessatori da parte dei suoi superiori. Dopo la sua morte, Antonio Ferrari, amministratore delegato dell'azienda di Lodi per cui Fesce prestava servizio, e Pasquale Martucci, dipendente preposto a controllarlo nell'area del sito, sono finiti sotto indagine, accusati di omicidio colposo. Ieri si è tenuta l’udienza preliminare in tribunale a Torino (dopo un primo rinvio a fine febbraio) e i due imputati hanno scelto di procedere con il rito abbreviato. Martucci renderà dichiarazioni spontanee durante la prossima udienza, il 15 giugno, in cui discuteranno le parti.

A far aprire il procedimento è stato l'esposto presentato dalla famiglia di Renato Fesce, che come autista aveva il compito principale di trasportare merce nei supermercati. Mancati riposi e tempi di guida eccessivi, per un conducente che lavorava, appunto, oltre le 50 ore settimanali. Le indagini, aperte dall’allora procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo, sono state condotte insieme all'Ispettorato del lavoro, allo Spresal dell'Asl TO3 e alla polizia stradale. Un’inchiesta che, dopo la pensione di Pacileo, è stata ereditata dalla pm Rossella Salvati.

Orari impossibili, richieste sempre più pressanti, riposi quasi inesistenti. Questa la quotidianità lavorativa di Renato Fesce che, una volta, era stato preso a schiaffi davanti ai colleghi dal datore di lavoro quando aveva chiesto di alleggerire i turni. «Era una persona troppo buona - lo ricorda un collega - e non aveva mai denunciato né quei turni da schiavo, né gli atteggiamenti vessatori. Mi diceva che non ce la faceva più, e lo diceva anche alla moglie. “Vai a denunciare”, gli avevo consigliato». Renato, però, aveva risposto: «No, altrimenti rischio di perdere il posto». E nei primi mesi del 2023, il suicidio, dalla finestra di casa.

Presenti ieri mattina in aula gli avvocati dell'associazione Sicurezza e Lavoro e dei sindacati Si Cobas e Filt Cgil. Nel processo per la morte di Renato Fesce, i tre enti sono stati ammessi come parte civile. “No al lavoro che uccide”, c’era scritto sul cartello affisso, all’ingresso del Palagiustizia, dai sindacalisti Si Cobas. «La maggior parte delle aziende sostiene che il lavoro è discontinuo - così Fabio Santoro di Si Cobas - ma nei fatti non è così. Ma questo porta a una forfettizzazione dello straordinario che però non è adeguato al costo della vita. I dipendenti lavorano ore di lavoro gratis e lo scorso sabato, a seguito del rifiuto di un aumento da 5 euro giornalieri, molti autisti si sono astenuti dal giorno di straordinario. La battaglia resta aperta. Se gli orari si sono in parte ridotti, si è intensificato il carico con molti punti di consegna». «Seguiamo con attenzione questa complessa vicenda giudiziaria in cui l'associazione Sicurezza e Lavoro è stata ammessa come parte civile - dichiara Massimiliano Quirico, direttore di Sicurezza e Lavoro - che riguarda la morte di un lavoratore della logistica, un comparto sempre più esposto a rischi per quanto riguarda la salute e la sicurezza. Il suicidio del camionista Renato Fesce, sul quale auspichiamo venga fatta presto chiarezza, è un campanello di allarme per un intero settore».

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