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La storia
25 Aprile 2026 - 22:23
Dieci anni sono passati da uno dei furti più complessi e clamorosi mai messi a segno in Italia contro un istituto di credito. Eppure, tra chi quel caso lo ha seguito dall’inizio alla fine, il ricordo è ancora nitido. «Ad oggi credo sia stata la più importante e complessa operazione della mia carriera», racconta Roberto Mennuti, quasi 58 anni, in polizia da quando ne aveva 21, oggi ispettore della Squadra Mobile di Torino guidata da Davide Corazzini. All’epoca dei fatti, Mennuti era in prima linea in un’indagine che ha coinvolto più città e più squadre investigative, da Torino a Milano, passando per Alessandria e Napoli. Una struttura criminale organizzata, capace di colpire uno dei caveau più moderni di Intesa Sanpaolo, nella filiale di corso Peschiera, appena ristrutturata e considerata un modello di sicurezza. Il colpo, avvenuto durante il ponte del 25 aprile di dieci anni fa, si era consumato nell’arco di due giorni e aveva fruttato alla banda un bottino stimato in almeno venti milioni di euro, oltre a oggetti personali di grande valore custoditi nelle cassette di sicurezza. Una rapina studiata nei dettagli, con più squadre operative e un livello di pianificazione che aveva sorpreso anche gli investigatori.
La svolta arrivò pochi mesi dopo, grazie a un lavoro di intercettazioni e pedinamenti durato settimane. Decisivo, secondo gli inquirenti, un telefono abbandonato da uno dei membri del gruppo, un “telefono citofono” che permise di risalire a una sim attivata nell’area di Secondigliano. Da lì si aprì la rete che portò all’identificazione progressiva dei componenti della banda. L’inchiesta, coordinata dal pm Andrea Padalino, portò infine a 17 arresti. Tra gli indagati anche alcune guardie giurate che, secondo gli investigatori, avrebbero avuto un ruolo da “basisti”, fornendo informazioni dall’interno e contribuendo all’accesso al sistema di sicurezza. Nel corso delle perquisizioni vennero sequestrati contanti, armi con matricola abrasa, strumenti da scasso, dispositivi elettronici per eludere i controlli e materiale per il travisamento. Il gruppo stava anche preparando un nuovo colpo ai danni di un deposito di valori nel Milanese quando scattò il blitz nelle campagne di Lodi e nella base logistica di Paullo, dove molti dei componenti vennero bloccati. «Erano mesi di lavoro quotidiano, anche 18 ore al giorno», ricorda Mennuti, che in quell’indagine lavorava insieme alla sua squadra: Cono Di Mieri, Fulvio Donadi, Sergio Lacchio, Giampaolo Tosoni, Emanuele Gamo, Michela Purghè e Alberto Civitelli. «Eravamo un gruppo coeso, molto forte sul piano investigativo».
A distanza di un decennio, quell’operazione resta un caso di studio nelle attività di formazione della Polizia. Non solo per la portata del colpo, ma per la struttura dell’indagine che ha permesso di ricostruire una rete criminale articolata e altamente organizzata, capace di muoversi tra più regioni e di colpire un sistema bancario ritenuto all’avanguardia.
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