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IL VIDEO SHOCK

Battute di “caccia”nei Balcani, parla il cecchino: «Ora la notte non dormo più»

L'esclusiva ai microfoni del Tgr: "Io ci sono stato, ma non ho sparato ai civili"

Un racconto che arriva da lontano, ma che torna a graffiare il presente con la forza delle cose mai davvero sepolte. La voce è quella di un uomo di settant’anni, un cacciatore piemontese che vive in un paese della provincia di Asti, che davanti alle telecamere del Tgr e al microfono di Martino Villosio, riapre uno squarcio su uno dei capitoli più oscuri della guerra nei Balcani. «Io ci sono stato, ho combattuto lì», dice. Non abbassa lo sguardo, non cerca scorciatoie. Racconta. «Gli anni sono quelli dell’assedio di Sarajevo, nel cuore della guerra in Bosnia». Ma il suo non è il racconto di un soldato regolare. È qualcosa di più sfumato, e per questo più inquietante. «Si partiva da piccoli aeroporti sulla costa adriatica», spiega. Rotte discrete, quasi invisibili. «Poi si sbarcava in Macedonia o in Montenegro. Un sistema organizzato tutt’altro che improvvisato». Non era solo. «C’erano inglesi, francesi, tedeschi e ovviamente italiani». Europei, dunque. Uomini che arrivavano da diversi Paesi, uniti da una competenza comune: «La familiarità con le armi, in particolare con il tiro a lunga distanza. I serbi utilizzavano molto volentieri persone già formate», aggiunge.

Una frase che pesa come una sentenza. E poi c’è Milano, che torna come un’eco disturbante. «Qualcuno da Milano andava anche per divertirsi». Una parola che stride, che spezza ogni possibile tentativo di giustificazione. Divertimento, mentre una città veniva stretta sotto assedio, mentre civili diventavano bersagli. Quando il giornalista Martino Villosio del Tgrgli chiede se abbia mai sparato a qualcuno, la risposta è secca. «Certo». Poi una crepa, appena accennata: «Certe notti ho gli incubi». È l’unico momento in cui il racconto sembra incrinarsi, lasciando intravedere un peso che non si è mai dissolto. Il suo nome è emerso nell’inchiesta milanese sui cosiddetti “safari umani”, una definizione che da sola basta a restituire l’orrore di quanto si sospetta sia accaduto. L’uomo respinge quell’etichetta, nega di aver partecipato a spedizioni di quel tipo, ma rivendica senza esitazioni la propria presenza in guerra. Parallelamente, un altro filone d’indagine si muove negli uffici della Procura di Milano. Nel registro degli indagati è finito un ottantenne, ex camionista residente in provincia di Pordenone. I magistrati gli contestano l’omicidio volontario continuato, aggravato da motivi abietti. Secondo alcuni testimoni, in passato si sarebbe vantato di aver sparato sui civili di Sarajevo durante gli anni dell’assedio. Davanti ai pm, però, ha negato tutto. E poi c’è un terzo tassello, forse il più disturbante. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, tra i cecchini attivi attorno a Sarajevo ci sarebbe stato anche secondo piemontese tra i 65 e i 70 anni, ex dipendente pubblico, appassionato di armi e descritto come apertamente misogino. Un uomo che, durante incontri conviviali dopo battute di caccia, avrebbe raccontato di essere stato uno dei «cecchini del fine settimana».

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